TUNISI – Oltre la contabilità drammatica dei flussi migratori nel Mediterraneo, esiste una Tunisia che non si arrende alla narrativa dell’emergenza. È una Tunisia che profuma di menta essiccata, di olio d'oliva faticosamente estratto da una terra crepata dalle fessure della siccità, di fili di lana e foglie di palma colorati a mano.

Il Mercato della terra e della condivisione. Tutto questo oggi trova una sintesi perfetta nel "Marché des terroirs et du partIlage" (il Mercato della terra e della condivisione), un'iniziativa che riunisce nel cuore di Tunisi decine di piccoli produttori, artigiani e braccianti provenienti dalle regioni interne e più vulnerabili del Paese, con l’obiettivo di vendere direttamente al pubblico, saltando i passaggi soffocanti della grande distribuzione e, soprattutto, la piaga del caporalato locale che da decenni strozza il lavoro agricolo, specialmente quello femminile in Tunisia. Un’idea già collaudata anche dal governo che negli ultimi anni ha autorizzato decine di punti vendita diretti per dare una possibilità di riscatto e integrare al contempo le attività parallele ai circuiti di distribuzione legali.

I due programmi internazionali speculari ad altissimo impatto. Per capire il mercato di Tunisi bisogna viaggiare a ritroso, risalendo le strade che portano verso il governatorato di Sidi Bouzid o le colline brulle del Nord-Ovest. È qui che agiscono due programmi internazionali speculari ad altissimo impatto, capaci di trasformare la vulnerabilità in risorsa. Il primo si chiama Sumud, una parola araba che significa "Resilienza". Finanziato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e implementato da Oxfam e Fondazione AVSI, il programma è un'ancora di salvataggio per i piccoli agricoltori messi in ginocchio da anni di emergenza idrica.