Le vicende legate alla guerra Stati Uniti-Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz hanno rilanciato drammaticamente il tema della vulnerabilità delle rotte marittime globali e, dunque, degli Stretti da cui passa gran parte del commercio mondiale: da Suez a Babel el-Mandeb, da Panama a Malacca. Il cosiddetto “Malacca Dilemma”, un’ossessione soprattutto cinese, è tornato dunque d’attualità anche se di progetti alternativi ai due Stretti (di Malacca e della Sonda) si parla da anni. Il più noto e più controverso riguarda l’idea di un canale che tagli la Thailandia nella parte più stretta del Paese asiatico affacciato a Est sul Mar cinese meridionale e a Ovest su quello delle Andamane. Il progetto di un canale che tagli in due l’istmo di Kra è un’idea che aveva già intrigato i mercanti europei e affascinato i genieri coloniali inglesi e francesi, ma l’operazione non è mai andata oltre il progetto. Da alcuni anni, però, c’è un’idea nuova – non più un canale ma un “ponte” – per collegare Golfo del Bengala a Golfo di Thailandia. È il progetto “Land Bridge”, meglio noto come Southern Economic Corridor Act (SEC Act), e sta diventando una legge tailandese. Con un iter complesso e non affatto scontato ma che, inevitabilmente, la guerra nel Golfo ha accelerato.