Il vino è in crisi? Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv, ad aprile le cantine italiane hanno registrato un aumento delle giacenze pari al +7,6% sullo stesso periodo 2025, con i prezzi dello sfuso delle principali Dop-Igp in calo del 7%. Questo rallentamento di mercato è appesantito anche dalla performance sulle piazze estere, che dopo un 2025 in contrazione (-3,7% a valore), hanno chiuso anche il primo trimestre 2026 con l’extra-Ue fermo a -11%.

Ma se questi sono i numeri nazionali, occorre scendere nel dettaglio di ogni singola regione e denominazione per capire il reale andamento del mercato e il grado di preoccupazione che aleggia tra i produttori. Ciò vale anche in Piemonte, dove la situazione non è senza dubbio ai picchi di entusiasmo, ma è ben differente da zona a zona: se il mondo del Moscato, del Dolcetto e della Barbera d’Asti sono più in sofferenza, il Nebbiolo delle Langhe e l’Arneis Roero sembrano più al riparo dalle turbolenze. In ogni caso, in un contesto così complesso, occorre difendere il prezzo delle uve per garantire dignità e moralità all’intera catena del valore, evitando che il peso delle speculazioni venga scaricato sugli agricoltori. È questo il messaggio emerso dalla riunione del Gruppo di interesse economico Viticoltura di Cia Agricoltori italiani Piemonte e Valle d’Aosta, presieduto dal monfortese Claudio Conterno, già presidente di Cia Cuneo, alla presenza del presidente regionale dell’Organizzazione, Gabriele Carenini. «La viticoltura genera occupazione e valore aggiunto anche come strumento di promozione della dignità sociale delle comunità rurali – spiega Conterno –. Per questo il prezzo delle uve non può scendere sotto il costo di produzione. Quando ciò accade, non si mette in discussione solo la redditività delle aziende, ma si toglie dignità agli agricoltori e si spezza quel patto di equità che dovrebbe sostenere la filiera».