Il mercato non sta dicendo che la crisi è irrilevante. Sta dicendo che il mondo ha trovato modi costosi e temporanei per convivere con essa. La vera domanda non è dunque perché il brent sia fermo a 100 dollari ma cosa accadrà quando le scorte raggiungeranno livelli critici, previsti già tra fine giugno e settembre, se Hormuz dovesse restare chiuso. L’analisi di Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-commodity
Il mercato petrolifero sta mandando un messaggio che pochi sembrano voler ascoltare. A tre mesi dall’inizio della crisi di Hormuz, con la più grande interruzione dell’offerta nella storia moderna, il brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e la volatilità continua a diminuire. Per molti è il segnale che il peggio sia passato. In realtà è la dimostrazione di quanto il sistema globale stia consumando le proprie riserve per mantenere un’apparente normalità. La narrativa dominante racconta di un mercato che ha assorbito lo shock. Quella reale parla invece di un equilibrio ottenuto attraverso misure straordinarie e difficilmente sostenibili nel tempo. Il premio del brent fisico rispetto ai futures, esploso a 36 dollari ad aprile, è tornato vicino ai livelli pre-conflitto. Le quotazioni dei prodotti raffinati si sono raffreddate e il panico sembra svanito.






