di Alessandra Dal Monte

Il fotografo famoso per i suoi scatti Polaroid si racconta: dall'infanzia difficile al rapporto tra arte e sofferenza. Fino al cibo, che per lui fa rima con ricordo

C'è una data nella vita di Maurizio Galimberti che ha cambiato tutto: 19 gennaio 1962. Fino a quel giorno era Maurizio Bregaglio, bimbo di sei anni ospite dell'orfanotrofio di Como. Quel 19 gennaio la sua mamma adottiva, la signora Galimberti, firmò le carte per procedere ad accoglierlo in casa. Il fotografo-artista famoso in tutto il mondo per i suoi scatti con le Polaroid, e ora in mostra al Palazzo Ducale di Guastalla (Reggio Emilia) con CinquantaNovecento, un'esposizione che rende omaggio al capolavoro cinematografico di Bernardo Bertolucci a cinquant’anni dall’uscita, ha deciso di svelare la sua storia personale sul palco dell'associazione Le Soste, che riunisce i più importanti ristoranti italiani, alla quale come gesto di amicizia ha donato due sue opere in beneficenza.

Perché raccontare una cosa così intima come l'adozione? «Perché la mia arte parte da lì, dalla sofferenza per quell'abbandono che non mi è mai passata: io sono nato in orfanotrofio, sono stato partorito lì e lasciato lì. La mia mamma biologica, che all’epoca avrà avuto 18-19 anni, poi è scappata».