Per molto tempo i disturbi alimentari sono stati una presenza silenziosa nella sua vita: invisibile agli altri, totalizzante per lei. Oggi, a 50 anni, Maruska Albertazzi, autrice e regista, racconta quel dolore da un altro punto di vista: non solo come esperienza personale, ma come storia condivisa, trasformata in parola, impegno e ascolto. Dal vissuto alla prevenzione, fino alla scrittura del romanzo Qualcosa di lilla, il suo percorso intreccia fragilità e consapevolezza, mostrando cosa resta dopo la malattia e cosa può ancora cambiare.
VIVERE: tutte le storie
Non è stato facile per Maruska Albertazzi capire che il suo problema non era il cibo, ma qualcosa di più profondo, che la scavava dentro. “C’è voluto molto tempo, perché all’inizio non facevo che spostare il problema. Parliamo di più di 30 anni fa, un’epoca – racconta – in cui i disturbi alimentari erano davvero considerati solo una questione di quanto mangi e quanto pesi. Dall’anoressia nervosa sono passata all’ortoressia e poi agli allenamenti estenuanti in palestra: mi allenavo due volte al giorno, anche con la febbre, anche quando avevo le articolazioni così infiammate che il dolore mi toglieva il respiro. Eppure, una volta “risolto” il sottopeso, per me, e per chi mi seguiva clinicamente, la malattia non c’era più. La vera consapevolezza è arrivata con la prima gravidanza, quando una psichiatra eccezionale ha capito che la mia ansia e la mia ipocondria erano l’ennesima trasformazione del disturbo alimentare”.







