Per Volodymyr Zelensky è stata la «risposta giusta» contro «obiettivi legittimi». Dopo la pioggia di fuoco che nella notte tra lunedì e martedì ha investito Kiev e Dnipro uccidendo 22 persone, il presidente ucraino ha deciso di reagire. Alle prime luci dell'alba, più di 350 droni sono stati diretti nel cuore del territorio russo. Alcuni sono riusciti a centrare un impianto a Tambov coinvolto nella produzione di sistemi di controllo per l'aviazione e la tecnologia missilistica. Nella zona del Donetsk occupato dai russi, un drone ucraino ha invece colpito un pulmino uccidendo otto persone. La Russia ha denunciato anche la morte di due pompieri a Smolensk. Ma il vero obiettivo è stata soprattutto la zona di San Pietroburgo, lì dove Vladimir Putin si preparava ad aprire il Forum economico considerato da tutti gli osservatori come la "Davos russa". E anche per questo, il Cremlino ha già giurato vendetta. Nelle prime ore della mattina, dal terminal petrolifero Jsc nella zona del porto hanno cominciato a innalzarsi colonne di fumo nero. In diverse zone della metropoli, internet è andato in tilt.

Il segnale

Le autorità dell'aeroporto di Pulkovo hanno posticipato o direttamente cancellato decine di voli in partenza. Mentre di fronte alla città, nella base navale di Kronstadt, a essere colpita è stata una corvetta in riparazione e appartenente alla Flotta del Baltico. Per Putin, il segnale lanciato da Zelensky è stato chiarissimo. I droni di Kiev sono riusciti ancora una volta a bucare la rete di sicurezza antiaerea della Federazione arrivando a colpire addirittura a 1.100 chilometri dal confine ucraino. Ma oltre alle capacità ucraine di lanciare attacchi su distanze così lunghe, quello che preoccupa lo "zar" è soprattutto l'elemento politico. Il terminal di San Pietroburgo è tra i più importanti della Russia. L'impianto, esteso su 37 ettari, è tra i principali hub di stoccaggio ed esportazione di carburante e movimenta ogni anno circa 12,5 milioni di tonnellate di greggio. Colpire quel centro significa colpire una delle chiavi del potere economico del Cremlino, cioè la vendita di petrolio, spesso realizzata anche attraverso la cosiddetta "flotta ombra". Ma oltre alla dimostrazione di forza e al desiderio di colpire uno dei centri nevralgici dell'oro nero di Putin, quello che contava, per l'omologo ucraino, era anche minare l'immagine della "Davos" del presidente ucraino. Putin aspettava l'avvio dei lavori del Forum da molto tempo. Prima dell'invasione dell'Ucraina, a San Pietroburgo sono stati inviati i più importanti dirigenti d'azienda e leader politici occidentali. Dal 2022, la Russia ha preso atto dell'assenza dell'Occidente e ha deciso di orientare gli inviti come la sua politica estera, cioè verso l'Oriente, l'Africa, e il Sud America, anche aumentando i partecipanti. Ma quest'anno c'è qualcosa di diverso. Tra i delegati dei 130 Paesi invitati dal governo è infatti presente anche un uomo dell'amministrazione Trump, Rodney Mims Cook Jr., a capo della Commissione Belle Arti e invitato a intervenire nel panel Russia-Usa: un dialogo culturale. Allo Spief, questo l'acronimo del Forum, ci sono anche attivisti del mondo Maga. L'obiettivo di Putin è sembrato evidente: rilanciare l'immagine di Mosca anche mostrando una certa affinità con l'elettorato e i fedelissimi di Donald Trump. Ma l'attacco ucraino nella sua città sul Baltico è stato un vero e proprio schiaffo per il capo del Cremlino, arrivato nelle stesse ore in cui a Kiev, invece, sbarcava l'intero Consiglio Atlantico.