Le immagini della festa organizzata al cimitero in occasione del compleanno di Lello Capriati, tra palloncini, fiori e decine di persone radunate attorno alla tomba del boss ucciso nel 2024, hanno riaperto il dibattito sul rispetto dei luoghi sacri e sul rapporto tra criminalità e consenso sociale.

Un tema emerso anche nel reportage pubblicato nei giorni scorsi dalla Gazzetta del Mezzogiorno, che raccontava scene sempre più frequenti all’interno del camposanto di Bari: scooter tra i viali, riprese video durante le sepolture, spazi trasformati in luoghi di esibizione più che di raccoglimento. A commentare quanto accade è don Antonio Coluccia, il sacerdote impegnato da anni nella lotta alla criminalità, costretto a vivere sotto scorta per il suo impegno nei territori più difficili del Paese.

«Il cimitero è un luogo sacro e le regole devono valere per tutti», osserva. «La morte ci livella e restituisce dignità a ogni persona. Per questo servono rispetto e senso della giustizia. Quando vediamo determinate situazioni non possiamo limitarci a guardare il singolo episodio: dobbiamo chiederci cosa raccontano della società in cui viviamo». Per il sacerdote il problema non è soltanto la festa organizzata attorno a una tomba o lo sfarzo che spesso accompagna determinati personaggi. «La criminalità si manifesta anche attraverso l’occupazione degli spazi. Chi appartiene a quella cultura tende a imporre la propria presenza calpestando i diritti altrui. È una logica che vediamo nelle piazze di spaccio, nei quartieri e, purtroppo, anche in contesti che dovrebbero essere sottratti a qualsiasi forma di esibizione. In un cimitero si entra a piedi, in silenzio e nel rispetto degli altri. Quando questo non accade e tutto viene accettato come fosse normale, allora il problema non è più soltanto il comportamento di qualcuno ma il silenzio che lo accompagna. L’omertà non fa parte del dogma cristiano».