È iniziata con i Beatles la passione rock durata una vita per il critico musicale Riccardo Bertoncelli, che si racconta nel libro «Abitavo a Penny Lane» (Feltrinelli). Invitato da Microsolchi, lo presenterà domani, venerdì 5 giugno, alle 18 alla libreria Giovannacci. Quel periodo è stata davvero l’età dell’oro per il rock?«Gli anni Sessanta e Settanta sono stati fondamentali e non mi sono spiaciuti neanche gli Ottanta. Il rock ha unito la ricchezza della musica del ’900 con una complessità che nessuno avrebbe previsto a fine anni Cinquanta, quando molti lo confondevano con il ballo, con una moda passeggera. Invece è diventato un modo di interpretare il tempo di allora». Lei è stato un grande fan dei Fab Four per poi prendere altre strade.«Quando ho scritto nel 73 il mio primo libro “Pop story” in qualche modo ho svalutato i Beatles seguendo un ragionamento bislacco. Non erano più così fedeli ai canoni del blues, erano diventati più commerciali, un discorso un po’ storto. Sono cresciuto con loro e poi li ho abbandonati, a fine anni Sessanta mi sono interessato di altra musica. Però certi dischi, penso a Revolver, il mio primo 33 giri, hanno instillato in me tanta curiosità». Sono stati loro i più grandi? «Insieme a Dylan, lui inizialmente per i testi, poi anche per la musica e vanno ricordati almeno altri due. Jimi Hendrix per come ha lavorato sulla materia sonora e Frank Zappa con il suo modo di concepire i dischi, suonava tutti i giorni e poi raccoglieva il materiale e lo montava quasi come fosse un film, molto bello, molto nuovo». Quello di oggi è un periodo difficile per la musica?«Non sono uno scrittore di attualità, piuttosto uno storico, mi sento quindi libero di dire che nell’attualità non trovo tante curiosità. Certo il rock non rappresenta più la nostra epoca. C’è tutto un filone hip hop che spiega meglio questi anni anche con l’uso di una elettronica addomesticata che per scherzare chiamo elettrodomestica. Ogni musica ha i suoi estimatori, il tempo ci dirà quanto vale. Dal 2000 in avanti mi pare tutto impoverito, una volta c’erano più filtri, si badava di più a ciò che si faceva, oggi è tutto così rapido che sembra perdere valore». Qual è l’ultimo disco che l’ha emozionata?«L’altro giorno ho messo sul piatto “The Boys of Dungeon Lane” di Paul McCartney. Non sono mai stato un grande fan dei Beatles dopo i Beatles, ma mi sono intenerito a sentire come a 85 anni ha fatto un disco in cui parla della sua giovinezza con sincerità e sciorina la musica che gli piace». Lei è stato il primo in Italia a parlare di nomi come i Velvet Underground«Una passione per pochi, il loro primo disco l’ho trovato da Carù nel 1971, quattro anni dopo l’uscita, adesso sono un mito, all’epoca non era così. Mi piaceva andare alla ricerca di quelli che raccontavano storie particolari, come Tim Buckley o Captain Beefheart». I titolari di Cigna raccontano che tanti ragazzi stanno tornado al vinile e il primo album rock che chiedono è sempre uno dei Pink floyd. «E possiamo aggiungere altri due nomi, Queen e David Bowie. La tragedia è che si fermano lì, non hanno il gusto di spingersi oltre. Quando nacque la scena psichedelica ci mettemmo a cercare nomi meno noti come i Soft Machine. Sono contento che comprino il vinile ma non significa che vogliano conoscere in profondità quello che il rock ha rappresentato».
Bertoncelli: “Io folgorato dai Beatles e da Zappa, oggi il rock non sa più raccontare il presente”
Il critico musicale ospite alla libreria Giovannacci di Biella per presentare il suo libro “Abitavo a Penny Lane”








