Nel 2020 il mondo rimase stupito dall’improvvisa apertura ai gestori occidentali del mercato cinese del risparmio. Ma era solo una finta. E infatti oggi i principali asset management hanno raccolto solo lo 0,1% dell’intero bacino finanziario privato

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.

Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.