In Italia il 32-33% delle donne cerca un figlio dopo i 40 anni. E i tempi di attesa media nel pubblico sono di 9 mesi per un ciclo di fecondazione omologa e fino a un anno e mezzo per l’eterologa. A questo punto la fecondazione assistita non è più soltanto una questione medica ma un tema sociale. Domanda e offerta Ne parlerà il professor Gianluca Gennarelli, medico chirurgo specialista in Ginecologia e Ostetricia presso il Centro di Fisiopatologia della Riproduzione e PMA dell’Ospedale Universitario Sant’Anna di Torino, domani – venerdì 5 giugno – alle ore 14 nell’ambito di «Spark – The Art of Evolution», evento promosso da Merck domani e sabato alla Centrale Nuvola Lavazza di Torino, nella sessione dedicata a «La fertilità oggi» con una relazione dal titolo «Evoluzione dei contesti sociali e nuovi profili dei pazienti: implicazioni cliniche e organizzative per la PMA». Personalizzazione Data la premessa, si rende necessaria una profilazione dei pazienti per individuare le esigenze specifiche di ognuno, affrontare le nuove sfide organizzative dei centri di PMA (procreazione medicalmente assistita) e ridurre i ritardi e disuguaglianze nell’accesso alle cure. Inverno demografico e salute pubblica In un Paese segnato da un inverno demografico sempre più profondo, la fertilità e la procreazione medicalmente assistita non possono più essere considerate soltanto temi clinici o individuali. Sono ormai questioni di salute pubblica, organizzazione sanitaria, equità di accesso e consapevolezza culturale. Cambio di paradigma Il tema si inserisce in un dibattito sempre più urgente. In Italia, nel 2024, il 4,2% delle nascite è avvenuto grazie alla procreazione medicalmente assistita (contro una percentuale del 12-13% nei paesi del Nord Europa), ma il percorso che conduce le coppie infertili a un trattamento adeguato resta spesso lungo e complesso. Secondo Gennarelli, uno dei problemi principali è il ritardo con cui molti pazienti arrivano ai centri specializzati: in media possono trascorrere anche 4 o 5 anni dall’insorgenza del problema all’avvio di un percorso terapeutico appropriato. Fattore tempo: con gli anni scende la fertilità Un tempo prezioso, soprattutto quando l’età femminile rappresenta uno dei fattori più determinanti per le probabilità di successo. Tra 30-35 anni, infatti, si osserva una gravidanza clinica per ogni trasferimento embrionale in circa il 40% dei casi. Al contrario, i trattamenti con propri ovociti sono nella maggior parte dei casi inefficaci dai 44 anni in su della donna, indipendentemente dalla riserva ovarica. «La fecondazione assistita non dovrebbe essere considerata l’ultima spiaggia – rimarca Gennarelli – ma uno strumento da utilizzare nei tempi corretti, perché nella medicina della riproduzione la variabile più preziosa è il tempo». Nuovi pazienti Il cambiamento sociale degli ultimi decenni ha modificato profondamente il profilo dei pazienti che si rivolgono alla PMA. L’età media alla ricerca della prima gravidanza è aumentata, le storie personali e cliniche sono diventate più eterogenee, le indicazioni alla fecondazione assistita si sono ampliate e le tecnologie disponibili sono sempre più sofisticate. Alla tradizionale infertilità di coppia si affiancano oggi situazioni legate alla ridotta riserva ovarica, all’infertilità maschile, alla preservazione della fertilità per motivi oncologici o personali, all’endometriosi e ad altre condizioni che richiedono percorsi sempre più personalizzati. Mobilità extra-regionale Inoltre, oltre il 26% dei cicli di omologa viene eseguito fuori dalla regione di residenza dei pazienti secondo il Ministero della Salute e Società Italiana della Riproduzione Umana. Se la società è cambiata rapidamente, la fisiologia riproduttiva non ha seguito lo stesso ritmo. Per questo, informazione corretta, diagnosi tempestiva e accesso omogeneo ai trattamenti diventano elementi decisivi. I tempi di attesa Accanto al fattore culturale, restano le criticità organizzative. I tempi di attesa nel pubblico, le differenze territoriali, la migrazione sanitaria e la disponibilità non uniforme delle tecniche rappresentano ancora ostacoli rilevanti. L’introduzione della PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza è stata un passaggio importante, ma per Gennarelli è necessario che a questa scelta seguano risorse adeguate, investimenti, personale e strutture in grado di rispondere a una domanda crescente e sempre più complessa. «Bisogna decidere quanto questo tema riguardi davvero lo Stato – aggiunge Gennarelli – e rendere uniformi le prestazioni sul territorio nazionale. Le disparità sono evidenti e incidono concretamente sulle possibilità di successo delle coppie». Il ruolo dell’Ai Lo scenario futuro chiama in causa anche innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e nuovi modelli organizzativi. L’Ai potrà avere un ruolo crescente soprattutto nei laboratori, ad esempio nel supporto alla selezione degli embrioni con maggiori probabilità di impianto, mentre «i centri dovranno diventare sempre più multidisciplinari, prevedendo la nascita di cattedre di Medicina della Riproduzione» perché questa branca dell’attività medica è diventata troppo complessa e oggi un medico della riproduzione deve essere capace di coordinare competenze ginecologiche, andrologiche, genetiche, endocrinologiche, embriologiche, nutrizionali, psicologiche e infettivologiche. Il valore dell’informazione La complessità raggiunta dalla medicina della riproduzione richiede anche un salto culturale e formativo: servono più informazione, più consapevolezza e un riconoscimento pieno della PMA come ambito centrale della salute pubblica: «Non possiamo permetterci che nel 2026 una parte della popolazione in età riproduttiva non sia consapevole di cosa sia la salute riproduttiva e di come possa essere preservata. La sfida è fare in modo che i centri di riproduzione assistita siano concretamente implementati e considerati centrali per quanto riguarda la salute pubblica».