Anche sui giornali prepariamoci a infilate di titoli poveristi e grotteschi e menagrami su povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso e colpe del governo
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Occhio che ci riprovano. Oggi a Roma tre sindacalisti, un sociologo e una Schlein «dialogheranno» attorno a un libro Feltrinelli titolato L'Italia che non arriva a fine mese, che è un titolo buono per il periodo Covid ma è anche la stessa falsariga portata avanti dall'autunno 2003 alla primavera 2006, quando in coincidenza del governo Berlusconi una schiera di fanfare dipinse un Paese disperato con le «famiglie che comprano a rate anche il latte» (Ballarò, 22 febbraio 2005) o con «le bambine lasciate morire di stenti» (sempre Ballarò) e ciò senza contare i «due milioni di bambini poveri» inventati dall'Eurispes nel novembre 2004: un'impalcatura da suicidio, picchettata dalla nota sindrome della quarta settimana. Accadeva mentre l'Ulivo commissionava alla Pan advertising il manifesto più menagramo della sua storia politica, appunto: «Arrivi a fine mese?». Ora ci riprovano, da Ballarò si passerà a Dimartedì, e sarà un leitmotive frastornante sino alle Politiche del 2027: le avvisaglie le abbiamo viste nei talkshow e in qualche filastrocca già imparata a memoria, brevi dichiarazioni in cui, se chiedi a un parlamentare che ore sono, o che tempo che fa, ti risponde che l'Italia è un paese allo stremo in cui le famiglie non arrivano a fine mese e patiscono ogni sorta di privazione. Vent'anni fa la Cgil scriveva che «molti pensionati oramai non arrivano nemmeno alla terza settimana» e insomma: anche sui giornali prepariamoci a infilate di titoli poveristi e grotteschi e menagrami su povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso e colpe del governo. Sostenere che fossimo alla fame era un vero trend: persino Luca di Montezemolo, nel Natale 2004, tuonò contro «la fase più critica dal Dopoguerra» che è una frase che oggi andrebbe anche bene, se comprendessimo che l'economia è appesa alle guerre, ma che le guerre, oggi, sono altre.






