C'è una scena che chiunque conviva con il dolore cronico conosce a memoria. Si svolge in un ambulatorio, o dietro la scrivania di un assicuratore, o al tavolo di cucina davanti a un familiare. Una persona prova a spiegare quanto male sente. E dall'altra parte arriva, prima o poi, la stessa domanda, pronunciata con vari gradi di gentilezza: "Ma è davvero così grave? Sei sicuro che non sia tutto nella tua testa? Hai provato a farti un po' più forte?". Il dolore, quello vero, quello che non si vede in nessuna radiografia, ha sempre dovuto fare i conti con lo scetticismo di chi lo guarda da fuori. Ed è proprio su questa ferita antica che oggi si posa la promessa più seducente, e più insidiosa, dell'intelligenza artificiale applicata alla medicina.
Lo racconta Jan Vollert, ricercatore sul dolore cronico all'Università di Exeter, in un intervento che parte da una constatazione tanto semplice quanto inquietante: abbiamo sempre dubitato di chi dice di soffrire. La novità è che ora possiamo costruire una macchina che lo faccia al posto nostro.
Il sogno della prova oggettiva
La tentazione è comprensibile, quasi nobile. Il dolore è il più solitario degli stati umani: nessuno può sentirlo per te, nessuno può misurarlo dall'esterno. Per secoli la medicina ha dovuto fidarsi della parola del paziente, l'unico strumento davvero affidabile per sapere quanto e dove fa male. E la parola, si sa, è fragile. Può essere esagerata, fraintesa, simulata. Da qui il sogno: e se uno scanner cerebrale, letto da un algoritmo abbastanza sofisticato, potesse finalmente trasformare la sofferenza in un'immagine? Un grafico, un numero, una soglia superata o no. Una prova.






