I paesi arabi del golfo Persico stanno cercando alternative allo stretto di Hormuz per esportare il petrolio e il gas naturale che producono. Con poche eccezioni di cui parleremo, al momento le alternative sono poche e inadeguate: i paesi del Golfo stanno investendo miliardi di dollari per costruirne di nuove o ampliare quelle già esistenti, anche se non esistono soluzioni definitive e rimangono molti rischi.

Prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, praticamente tutte le esportazioni di petrolio e gas naturale dei paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Iraq) passava via nave per Hormuz, con l’unica eccezione dell’Oman, le cui coste sono quasi interamente fuori dal golfo Persico. Lo stretto era la via al tempo stesso più rapida e meno costosa, e cercare alternative era considerato economicamente insensato.

Dopo più di tre mesi di guerra, però, i paesi del Golfo hanno ampiamente riconosciuto che anche se anche lo stretto riaprisse domani la situazione non potrebbe più tornare quella di prima.

Con ogni probabilità l’Iran continuerebbe a cercare di esercitare la sua influenza su Hormuz, per esempio chiedendo un pedaggio alle navi che lo attraversano. Inoltre rimarrebbe sempre presente il rischio di nuove chiusure in caso di ripresa dei conflitti. Per questo i paesi del Golfo vogliono diversificare e ridurre la loro dipendenza da Hormuz. Se dovesse riaprire, lo stretto rimane il modo migliore per esportare idrocarburi. Ma se ci saranno problemi, servono alternative.