Chi siamo nell’epoca degli algoritmi. Un quesito tutt’altro che scontato, dato che all’“identità” fisica dei cittadini si sovrappone sempre più quella digitale. Per essere “riconosciuti” nel mondo fisico è necessario essere presenti, mostrare un documento di riconoscimento (come carta d’identità, patente e passaporto) e confrontare la foto con le fattezze del viso. Tutto questo non ha niente a che fare con l’identità digitale: questa permette di essere “riconosciuti” da remoto, “autenticati” attraverso più canali.
Significativo che prima della nascita del neologismo “identità digitale”, l’Enciclopedia Treccani segnala quello di “identità virtuale”, che nasce negli anni Novanta per indicare “l’identità costituita da un utente presso comunità virtuali online, spesso di tipo ludico, focalizzata su una dimensione virtuale, contrapposta a quella reale”. L’identità che un utente costruisce però su internet e sui social network può anche essere fittizia e coperta da pseudonimi o nickname. Completamente diversa la questione “dell’identità digitale”, che serve per accedere a servizi della pubblica amministrazione, per prenotare visite mediche o accedere ai fascicoli sanitari, per acquistare su internet, per pagare le tasse, per gestire conti correnti e anche per viaggiare.








