Gli elefanti sostengono un ecosistema diversificato, che comprende numerose specie di scarabei stercorari: insetti che svolgono molte funzioni ecologiche fondamentali. Sminuzzando, spostando e seppellendo gli escrementi, queste minuscole creature contribuiscono all'aerazione del suolo, al ciclo dei nutrienti e alla dispersione dei semi. Inoltre, tengono sotto controllo parassiti intestinali, vermi polmonari, mosche e altri parassiti.Lo studio “Importance of elephants for dung beetle biodiversity and ecosystem functions”, pubblicato recentemente su Science da un team di ricerca internazionale condotto da Princeton University, Smithsonian Institution e Mpala Research Centre ha documentato una connessione di "co-estinzione" tra gli animali più grandi della savana, gli elefanti, e alcuni dei più piccoli, gli insetti.La principale autrice dello studio, Finote Gijsman della Princeton Graduate School, sottolinea che «Non c’è dubbio che i grandi animali, laddove ancora esistono, svolgano ruoli ecologici di vitale importanza. Non è una novità». Ma Robert Pringle , professore di ecologia e biologia evolutiva a Princeton, spiega che «Ciò che Finote ha fatto è stato stabilire un nuovo standard di rigore empirico. Ha confermato sperimentalmente che se gli elefanti scomparissero, anche molte specie di scarabei stercorari si estinguerebbero, e perderemmo i loro preziosi servizi ecosistemici, tra cui il riciclo dei rifiuti e la dispersione dei semi. Questo rappresenta un significativo passo avanti nella nostra comprensione della “co-estinzione”, ovvero quando la perdita di una specie causa l’estinzione secondaria di altre specie dipendenti nella rete interconnessa della vita».Da anni, i modelli ecologici hanno previsto che quando una specie si estingue, anche quelle che ne dipendono si estinguono. Ma dimostrare l'esistenza di queste co-estinzioni si è rivelato incredibilmente difficile. La Pringle evidenzia che «Spesso, le specie dipendenti si rivelavano dotate di una "capacità di adattamento nascosta. trovando modi inaspettati per compensare la perdita». E ha fatto l'esempio della colombe migratrici (Ectopistes migratorius): «Quando si estinsero, gli scienziati erano certi che i pidocchi che vivevano su di loro li avrebbero seguiti nell'estinzione. Invece, i pidocchi trovarono altre specie da infestare».Nel 2008, Pringle e un team internazionale di ricercatori hanno costruito nel Mpala Research Centre, in Kenya, una serie di recinti di 10.000 metri quadrati ciascuno, aree specificamente destinate a escludere determinati mammiferi. Un recinto teneva fuori elefanti e giraffe, i mammiferi più alti della regione, mentre un altro teneva fuori tutti o mammiferi tranne quelli più piccoli. Queste aree recintate sono servite come esperimento pluridecennale per esaminare cosa accadrebbe se i mammiferi di grandi e medie dimensioni si estinguessero.La Gijsman ha messo a disposizione del team di Pringle la sua esperienza di entomologa e, durante i suoi cinque anni di ricerca per il dottorato, ha identificato e analizzato il DNA di oltre 4.000 coleotteri per mappare con precisione le interazioni tra le diverse specie.La scienziata racconta: «Ho iniziato il dottorato con una formazione in insetti e sapevo anche di voler lavorare a Mpala, perché sono cresciuta in Kenya. Ho avuto la fortuna che a Mpala ci fosse già un progetto sugli scarabei stercorari. La sua fase iniziale, condotta circa 20 anni fa, ha creato una grande collezione di riferimento che mi ha fornito le informazioni di base di cui avevo bisogno»."Pringle aggiunge: «Per me, questo è un mondo nuovo, un nuovo micromondo pieno di coleotteri dall'aspetto davvero affascinante. I “rotolatori di sterco” hanno zampe posteriori molto lunghe e zampe anteriori corte che spingono lo sterco lontano dai cumuli e poi lo seppelliscono. Gli “abitanti” scavano gallerie nello sterco e vi costruiscono i nidi, poi la loro larva esce e usa lo sterco come cibo. Gli “scavatori di gallerie” seppelliscono lo sterco sotto i cumuli. I coleotteri hanno morfologie diverse che possono corrispondere ai loro diversi stili di vita. Trovo tutto molto interessante».Il team di ricercatori ha utilizzato approcci moderni, come tecniche molecolari e DNA barcoding, ed esperimenti controllati, ricerche sul campo tradizionali e collezioni di riferimento museali. «E’ molto raro che tutti questi elementi si uniscano per creare un quadro così chiaro», fa notare la Gijsman.Gli scienziati hanno così documentato che, «Sebbene quasi tutti gli scarabei stercorari mostrino una forte preferenza per lo sterco di elefante, ricco di nutrienti e voluminoso, alcuni rivelano una "capacità di adattamento nascosta" quando non ci sono elefanti nei paraggi e si accontentano dello sterco di ruminanti più piccoli. Ma, cosa fondamentale, alcune specie di scarabei stercorari sono scomparse dalle aree recintate destinate agli elefanti». I ricercatori hanno scoperto che all'interno di queste aree gli scarabei stercorari erano il 67% meno numerosi, con il 23% di specie in meno.Gli scienziati scrivono su Science: «I nostri risultati sottolineano l'importanza della conservazione degli elefanti, non solo per il loro stesso bene, ma anche per l'integrità biogeochimica delle savane, la prosperità degli ecosistemi pastorali e agro-ecologici e la co-sopravvivenza di carismatici piccoli animali»,Pringle conclude: «Questo rende questo studio un contributo significativo al campo dell'ecologia nel suo complesso. Questo è davvero il primo studio in cui abbiamo ricostruito la rete trofica e calcolato molteplici parametri di connettività e centralità nella rete, dimostrando che questi corrispondono in modo molto preciso all'impatto e all'importanza di quella specie».