Ci sono artisti che inseguono il proprio tempo e artisti che, invece, sembrano osservarlo da una distanza inquieta, quasi dolorosa, come Clara Moroni. Parlarle significa entrare dentro un flusso di pensieri che non si ferma mai davvero. Guerra, tecnologia, nichilismo, libertà, amore, identità, verità manipolate, esseri umani trasformati in comparse anestetizzate dentro una realtà sempre più artificiale: tutto si intreccia nel suo racconto con una lucidità quasi feroce, ma mai cinica. Anzi. Dietro quella scorza punk, dietro l’immagine della “Ferrari del rock” costruita negli anni accanto a Vasco Rossi, esiste una donna che continua ostinatamente a interrogarsi sul senso delle cose. E forse è proprio questo il punto centrale della sua arte: Clara Moroni non smette mai di porsi domande. Lacrime dal cielo, il nuovo singolo che anticipa l’album in uscita in autunno, nasce esattamente da questo cortocircuito emotivo e filosofico. Non è soltanto una canzone contro la guerra. Sarebbe riduttivo definirla così. È piuttosto il tentativo di fotografare una società che sembra avere smarrito il contatto con la propria umanità, travolta da una connessione continua che però non genera comprensione, ma isolamento, rabbia e polarizzazione. Nel mondo raccontato da Clara Moroni esistono individui che si muovono come zombie contemporanei, ipnotizzati da schermi, propaganda, verità costruite su misura e bisogni indotti. Esiste una realtà dove persino il concetto stesso di verità sembra essersi sgretolato. Eppure dentro questa visione distopica rimane una forma ostinata di resistenza. Nel videoclip di Lacrime dal cielo, ideato dalla stessa artista, Clara Moroni si muove come una sorta di Giovanna d’Arco cyberpunk in una città svuotata di empatia, tentando ancora di rompere quell’involucro artificiale che impedisce alle persone di guardare davvero il mondo per quello che è. Una battaglia simbolica, certo, ma profondamente personale. Del resto tutta la sua carriera sembra costruita attorno a questa tensione continua tra appartenenza e rifiuto. Clara Moroni ha attraversato il punk underground milanese, la new wave, Londra, San Francisco, il rock italiano, il mondo degli anime giapponesi e persino il successo globale delle produzioni Eurobeat senza mai diventare davvero assimilabile a qualcosa o a qualcuno. Troppo rock per il pop, troppo pensante per il mainstream, troppo istintiva per adattarsi alle regole dell’industria. E forse anche per questo, oggi, appare come una figura rarissima: un’artista che non sembra interessata a rincorrere il consenso, ma piuttosto a preservare una forma di verità personale, anche quando è scomoda, fragile o dolorosa. Nell’arco di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Clara Moroni racconta il rapporto con il successo, il nichilismo, il caos interiore, l’eredità del punk, la libertà pagata a caro prezzo e quella sensazione di sentirsi continuamente “fuori” rispetto a un sistema che ha sempre osservato con diffidenza. Lo fa senza filtri, alternando ironia, durezza e improvvise aperture emotive. Ed è forse proprio lì che si nasconde il lato più sorprendente di Clara Moroni: sotto l’armatura dell’artista combattiva, sotto l’estetica cyberpunk e la voce che per anni ha incendiato i palchi del rock italiano, continua a esistere qualcuno che guarda il mondo con gli occhi spalancati, nel disperato tentativo di non lasciarsi anestetizzare.
Clara Moroni, l’intervista alla Ferrari del rock: “Ognuno sceglie la verità che vuole sentirsi dire”
Da ‘Lacrime dal cielo’ al nichilismo, passando per punk, guerra e libertà: il racconto intimo di Clara Moroni, un’artista fuori dal sistema









