Concorreranno all’Ottantesimo Premio Strega, coevo di Repubblica e Costituzione, sei romanzi (cifre sempre tonde per gli anniversari importanti). Questi: “I convitati di pietra” di Michele Mari (Einaudi), con 280 voti; “Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci (Feltrinelli), con 242 voti; “La sonnambula” di Bianca Pitzorno (Bompiani) con 195 voti; “Donnaregina” di Teresa Ciabatti (Mondadori) con 184 voti; “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi (Einaudi) con 170 voti; “Vedove di Camus” di Elena Rui (L’Orma) con 163 voti. Primo degli esclusi, “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda (Einaudi), con 147 voti, vincitore del Campiello Opera Prima la scorsa settimana. Erano previsti Mari, Ciabatti e Pitzorno. Più incerti, ma non troppo, Nucci e Pierantozzi, di certo di Nucci era difficile immaginare che arrivasse secondo, mentre Pierantozzi per qualcuno non sarebbe dovuto nemmeno entrato in cinquina, e secondo altri avrebbe persino scalzato Mari, che è il favorito, e che ha appena vinto lo Strega Giovani (come gli ultimi due vincitori dello Strega: Andrea Bajani e Donatella di Pietrantonio). Difficile immaginare che il testa a testa Mari vs Pierantozzi avvenga, vista la differenza di voti, 280 contro 170, e visti anche i voti di chi c’è tra loro, ma noi confidiamo sempre nell’inatteso: non vorremmo perderci la sfida tra un autore considerato maestro e un altro considerato outsider –“ una parola che odio e mi mette a disagio, e che non riesco a non pensare che voglia sottolineare il mio orientamento sessuale e la mia condizione”, dice alla Stampa l’autore de “Lo Sbilico”, poco prima che la cerimonia di proclamazione cominci, all’Anfiteatro di Benevento, dove tutti gli occhi dell’editoria sono per Clemente Mastella: è a lui che tutti chiedono un selfie, mica ai finalisti). Sarebbe anche la sfida tra una storia su come ci si incrudelisce con il tempo e un racconto su come si subisce il potere della mente quando si ha una malattia psichica, ecco, avrebbe un altissimo valore simbolico, quasi quasi una metafora delle guerre generazionali di questo Paese, che poi sono le war culture che ci possiamo permettere. Ma la ragione d’interesse del testa a testa starebbe anche nel fatto che si tratta di due autori Einaudi, che però non sono gli unici in sestina: come accaduto anche l’anno scorso con “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” di Michele Ruol, pare che Einaudi abbia già messo sotto contratto, per il prossimo libro, Elena Rui, l’ultima classificata, e che abbia speso una parte della sua campagna per farla votare (si presume che un autore finalista allo Strega abbia una resa diversa, più fruttuosa, in termini di vendite: non è una garanzia, naturalmente, per far vendere un libro la sola regola valida è il caso – l’ho detta con educazione -, quindi nessuna regola) Un po’ più spiazzante l’esclusione di entrambi i romanzi di La Nave di Teseo (“L’invenzione del colore” di Christian Raimo e “Lina e il sasso” di Mauro Covacich, che hanno entrambi goduto di ottima stampa, ottimi sponsor, che hanno alle spalle una casa editrice che ha un peso che sa far valere, e che soprattutto sono ottimi romanzi). La dozzina dimezzata (è una sestina perché il regolamento prevede che se nei primi cinque classificati non c’è neanche un libro di un medio-piccolo editore, accede alla seconda votazione quello con il punteggio maggiore) mantiene molte delle proprietà della dozzina: il “vino buono” di cui ha parlato Melania Mazzucco, scrittrice e direttrice del comitato scientifico del Premio, e cioè la qualità di scrittura, la letterarietà, e soprattutto la riappropriazione del senso, perfino della fierezza del mestiere della scrittura, un mestiere che può cambiare le persone, e quindi il mondo. Mentre gli artisti rivendicano la separatezza e l’estraneità dell’arte da ogni intervento sulla realtà, gli scrittori sembrano maturare una consapevolezza diversa. Che non è ostensione d’impegno, non è posizionamento politico, ma contezza delle possibilità e responsabilità del proprio mestiere. Non che avere contezza delle responsabilità del proprio mestiere significhi solo e soltanto fare opere di bella eticità. E però.