Il Gruppo Amadori ha annunciato l'acquisizione del 100% di Unconventional S.r.l., il marchio plant-based fondato da Granarolo nel 2020. Un'operazione che fa discutere dato che è vero che i prodotti restano vegetali, ma i profitti vanno al principale produttore avicolo d'Italia
C’è qualcosa di straniante nel leggere che uno dei più grandi produttori di carne d’Italia ha deciso di comprare un’azienda di proteine vegetali. Non perché sia sbagliato — le aziende si evolvono, i mercati cambiano — ma perché Unconventional nasce esattamente dall’esigenza opposta: offrire un’alternativa a quella filiera.
Parliamo del Gruppo Amadori che a maggio ha annunciato l’acquisizione del 100% di Unconventional S.r.l., la società fondata da Granarolo nel 2020 e diventata in pochi anni uno dei marchi di riferimento per le proteine vegetali in Italia. Il brand era stato costruito con un’identità precisa: prodotti 100% vegetali, un nome che evocava rottura con il sistema alimentare tradizionale, un posizionamento rivolto a chi cercava consapevolmente un’uscita dal consumo di carne. Burger, nuggets, salsicce, tofu, tutto pensato per chi voleva dissociarsi, almeno a tavola, dall’industria zootecnica.
Il problema è che quell’industria era già dentro casa. Unconventional è figlio di Granarolo, uno dei principali produttori lattiero-caseari italiani, e la produzione di latte su larga scala porta con sé implicazioni etiche non troppo diverse da quelle dell’allevamento per carne: vacche gravide in modo continuativo, vitelli separati dalla madre poche ore dopo la nascita, animali comunque trattati come unità produttive. L’alternativa “etica” era già, fin dall’inizio, figlia di un sistema che etico non è del tutto. Ora che passa ad Amadori, cambia il proprietario ma resta il problema di fondo.






