Non c’è nessuna ragione per revocare la grazia a Nicole Minetti. È in sostanza questa la conclusione a cui è arrivata la procura generale di Milano. I magistrati hanno dovuto rimettere mano al dossier sulla clemenza all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi dopo che il Quirinale (che ha concesso la grazia a febbraio) aveva chiesto approfondimenti al ministero della Giustizia. Approfondimenti ritenuti necessari dopo che una serie di articoli pubblicati sul Fatto Quotidiano mettevano in dubbio le ragioni per cui la grazia era stata chiesta. Nelle inchieste si sosteneva inoltre che l’ex consigliera regionale della Lombardia non avesse cambiato vita.
In due pagine firmate dalla procuratrice Francesca Nanni, i magistrati milanesi spiegano perché il loro parere positivo non sarà cambiato: "Risulta - si legge nella nota - che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondano al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito".
La procura confuta una a una le tesi dell'inchiesta giornalistica. Lo spazio maggiore viene dedicato alla morte dell’avvocato del figlio adottivo di Minetti e all’iter di adozione del bambino. Che, contrariamente a quanto sostenuto, non sarebbe stato travagliato: “Risulta - si legge nella nota - che il decesso in circostanze non chiare non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo, ma si tratta del legale di quest'ultimo”. L’avvocato d’ufficio sarebbe stato inoltre “favorevole all’adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentati dal difensore di ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore; il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito, in relazione al decesso del legale del minore, che non vi sono ipotesi di reato”.










