L’Italia si conferma uno dei Paesi più avanzati d’Europa nell’economia circolare. I risultati raggiunti in termini di riciclo dei rifiuti, utilizzo di materiali recuperati e produttività delle risorse collocano il nostro Paese ai vertici delle classifiche europee. Tuttavia, dietro questa leadership emergono fragilità strutturali che rischiano di compromettere la competitività industriale nazionale in un contesto internazionale sempre più instabile.È quanto emerge dall’VIII Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato durante la Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare promossa dal Circular Economy Network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed ENEA. Il documento fotografa un Paese che è ormai un punto di riferimento nella gestione delle risorse ma che continua a dipendere in misura rilevante dall’estero per l’approvvigionamento delle materie prime necessarie al proprio sistema produttivo.Indice degli argomenti
L’Italia prima in Europa per riciclo e produttività delle risorseCresce il tasso di utilizzo circolareUn modello virtuoso che riduce consumi ed emissioniI rischi di fragilità a iniziare dalla dipendenza dall’esteroMaterie prime sempre più costoseLe nuove tensioni geopolitiche accelerano il problemaEconomia circolare come questione di sicurezza industrialeFosforo, magnesio e acqua: le nuove sfide strategicheRecuperare valore dai rifiutiL’Europa accelera con il Circular Economy ActGli investimenti rallentano proprio quando servirebbero di piùLa circolarità come nuova politica industrialeL’Italia prima in Europa per riciclo e produttività delle risorseI numeri confermano il ruolo di leadership del Paese nella transizione verso modelli produttivi più circolari. (leggi anche il servizio come misurare il livello di circolarità delle aziende e economia circolare tra percezione e realtà)Cresce il tasso di utilizzo circolareNel 2024 il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 21,6%, il valore più elevato dell’Unione Europea e quasi il doppio della media comunitaria, ferma al 12,2%. Ciò significa che oltre un quinto dei materiali utilizzati dall’economia italiana proviene da processi di recupero e riciclo anziché da nuove estrazioni o importazioni.Ancora più significativo è il dato relativo al riciclo dei rifiuti. L’Italia recupera l’85,6% dei rifiuti complessivamente gestiti, urbani e speciali, una performance che supera nettamente quella di Germania, Francia e Spagna e che si colloca ben al di sopra della media europea del 41,2%.Anche la produttività delle risorse rappresenta un punto di forza. Nel 2024 il sistema economico italiano ha generato 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di materiali consumati, il valore più elevato tra le principali economie europee.Un modello virtuoso che riduce consumi ed emissioniQuesti risultati testimoniano la capacità del sistema produttivo italiano di utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili, limitando il consumo di materie prime vergini e riducendo la produzione di rifiuti.Ogni tonnellata di materiale recuperato significa infatti minore dipendenza dalle importazioni, minori emissioni associate all’estrazione e al trasporto delle materie prime e maggiore resilienza economica.I rischi di fragilità a iniziare dalla dipendenza dall’esteroAccanto ai risultati positivi emerge però una criticità che il Rapporto considera sempre più strategica. L’Italia è infatti la grande economia europea più dipendente dalle importazioni di materiali. Il 46,6% delle materie prime trasformate dall’industria nazionale proviene dall’estero, una quota superiore a quella registrata in Germania, Francia e Spagna e più che doppia rispetto alla media europea.Materie prime sempre più costoseQuesta dipendenza ha un impatto economico crescente. Nel 2025 la spesa italiana per l’importazione di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, registrando un aumento del 23,3% rispetto al 2021 nonostante la riduzione dei volumi acquistati.Particolarmente rilevante è il peso dei metalli strategici come rame, nichel e acciaio, il cui costo è aumentato del 18% e rappresenta ormai circa il 40% del valore complessivo delle importazioni.Le tensioni geopolitiche, le restrizioni commerciali e l’instabilità dei mercati internazionali rendono questo scenario sempre più critico per la competitività delle imprese europee.Le nuove tensioni geopolitiche accelerano il problemaIl Rapporto evidenzia come la vulnerabilità dell’Europa e dell’Italia non sia legata esclusivamente alle recenti crisi internazionali. Secondo l’analisi dell’OCSE, tra il 2009 e il 2024 le restrizioni alle esportazioni di materie prime critiche sono aumentate di cinque volte. Dazi, quote all’export e limitazioni commerciali interessano oggi materiali fondamentali per la transizione energetica e digitale, come litio, cobalto, nichel, grafite, manganese e terre rare.La crisi dello Stretto di Hormuz e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno semplicemente reso più evidente una tendenza già in corso da tempo.Economia circolare come questione di sicurezza industrialePer questo motivo l’economia circolare non viene più considerata soltanto una politica ambientale. Secondo il Circular Economy Network e la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, aumentare il recupero dei materiali e ridurre il consumo di risorse vergini rappresenta oggi una vera e propria strategia di sicurezza economica e industriale.In un contesto caratterizzato da crescente competizione globale per l’accesso alle materie prime, la capacità di recuperare materiali dai rifiuti e dalle cosiddette “miniere urbane” diventa un elemento fondamentale per garantire autonomia produttiva e competitività.Fosforo, magnesio e acqua: le nuove sfide strategicheUna sezione del Rapporto curata da ENEA approfondisce il tema delle materie prime critiche, evidenziando alcuni casi particolarmente rilevanti. Il fosforo, indispensabile per fertilizzanti e produzioni agricole, vede l’Europa dipendere per oltre l’80% dalle importazioni. Una situazione analoga riguarda il magnesio, per il quale la dipendenza europea è pressoché totale e la Cina controlla quasi il 90% della produzione mondiale.Recuperare valore dai rifiutiSecondo ENEA, una parte significativa di queste risorse potrebbe essere recuperata attraverso processi innovativi di economia circolare. I fanghi di depurazione, ad esempio, rappresentano una fonte potenziale di recupero del fosforo, mentre la salamoia prodotta dagli impianti di desalinizzazione contiene elementi strategici come magnesio, calcio, potassio e bromo.La valorizzazione di queste risorse potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dall’estero e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti.L’Europa accelera con il Circular Economy ActLa Commissione Europea sta lavorando a un nuovo quadro normativo destinato a rafforzare la circolarità dell’economia continentale.Entro la fine del 2026 è attesa la presentazione del Circular Economy Act, una legge quadro che dovrebbe integrare e rafforzare le misure già adottate negli ultimi anni, dal regolamento sugli imballaggi al piano Ecodesign, fino al diritto alla riparazione.L’obiettivo è aumentare il tasso di utilizzo dei materiali riciclati e ridurre progressivamente la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche.Gli investimenti rallentano proprio quando servirebbero di piùIl Rapporto segnala però una tendenza preoccupante. Nonostante la crescente importanza strategica della circolarità, gli investimenti privati nelle attività tipiche dell’economia circolare sono diminuiti negli ultimi anni, passando da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023.Anche l’attuazione dei progetti finanziati dal PNRR procede con lentezza, mentre l’occupazione nei comparti più direttamente collegati all’economia circolare registra una flessione rispetto ai livelli pre-pandemia.La circolarità come nuova politica industrialeIl messaggio che emerge dall’VIII Rapporto è chiaro: l’economia circolare non può più essere considerata esclusivamente uno strumento per ridurre l’impatto ambientale. La crescente instabilità geopolitica, la competizione globale per le materie prime e la necessità di rafforzare la resilienza industriale stanno trasformando la circolarità in una leva strategica per la sicurezza economica del Paese.L’Italia dispone già di una base solida grazie alle proprie performance nel riciclo e nell’efficienza delle risorse. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo vantaggio competitivo in una politica industriale capace di ridurre la dipendenza dall’estero, attrarre nuovi investimenti e sostenere la competitività delle imprese nel lungo periodo.








