Tel Aviv. Si torna al punto di partenza. Dopo le minacce di lunedì, oggi e domani a Washington le delegazioni israeliana e libanese sono tornate per la quarta volta al tavolo negoziale per discutere di quella che ormai in Israele viene chiamata “la guerra del cessate il fuoco” con il Libano. Questa volta sul piatto c’è una nuova equazione: Hezbollah non attacca le comunità israeliane del nord, Israele non bombarda Dahiya, la roccaforte di Hezbollah a Beirut. Nei circa 50 chilometri tra il confine e il fiume Zahrani – ancora più a nord del Litani – gli scontri armati continuano anche mentre le delegazioni cercano di trovare una quadra, che sembra lontana, verso un accordo che inglobi anche altre aree. Sul campo, la settimana scorsa le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno superato la cosiddetta “linea gialla”, attaccando anche l’area di Nabatiye e riconquistando la fortezza di Beaufort.La vetta del Beaufort, l’ultimo avamposto che l’Idf lasciò nel 2000 dopo il ritiro dal Libano, per gli israeliani è un simbolo per la presa che dà sul territorio (oggi meno strategico rispetto agli anni Ottanta, perché i droni possono colpire anche da molto più lontano). E contemporaneamente è anche lo spettro del passato, di quella “fascia di sicurezza” occupata da Israele per diciotto anni con i suoi seicento soldati uccisi in una lunga guerra di attrito. Come riporta Amos Harel, il corrispondente militare di Haaretz, in realtà sul campo le forze sono più diluite: stanno manovrando via terra due divisioni dell’Idf (durante il picco della guerra erano cinque). Ma, poco dopo l’annuncio di Donald Trump lunedì di una tregua raggiunta sulla base della nuova equazione – confermata anche dalla presidenza libanese in una nota – Hezbollah ha sì sparato più volte verso il nord di Israele, mentre l’Idf non ha risposto attaccando Beirut – ma obiettivi nel sud del Libano – tradendo la promessa ribadita da Benjamin Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano Katz in più dichiarazioni.Per l’opinione pubblica israeliana, questo è un punto fondamentale che si riconnette a un’altra tensione di cui si è parlato a lungo oggi: quella tra Netanyahu e Trump, con il secondo che avrebbe definito il primo, in sintesi, un “fottuto pazzo ingrato”, come riportato dal giornalista Barak Ravid su Axios. Una ricostruzione parzialmente smentita dall’ufficio del premier, che ha parlato di una dura telefonata, negando le offese personali. Vero o no, non sarebbe la prima volta: proprio Ravid nel suo acclamato libro sugli Accordi di Abramo riportava la furia di Trump contro Bibi nel 2020, espressa sempre con lo stesso linguaggio colorito, per essersi congratulato con Biden dopo il suo insediamento. E nel giugno 2025, durante l’ultimo giorno del primo round di guerra con l’Iran, Trump perse pubblicamente la pazienza con l’alleato, facendo fare retromarcia ai caccia israeliani in volo verso est per sferrare un ultimo colpo finale, dopo che – anche allora – aveva annunciato il cessate il fuoco tra Gerusalemme e Teheran. Lo stesso Trump che, otto mesi dopo, ha portato gli Stati Uniti a guidare il secondo round della campagna. Resta quindi aperta una contraddizione narrativa di fondo: da un lato, quella popolare in Israele, di Netanyahu vassallo di Trump, che è diventato infatti uno degli slogan che accomuna, nella campagna elettorale ormai in corso, da Ben-Gvir a tutti gli elementi della variegata opposizione. Dall’altro la lettura – più popolare all’estero e cristallizzata nel noto articolo del New York Times – secondo cui sarebbero stati Netanyahu e l’allora capo del Mossad a trascinare Trump nella guerra con l’Iran.Una contraddizione che suggerisce che forse è ancora presto per seppellire l’alleanza Trump-Bibi. “La situazione in Libano resta ostaggio di quanto accadrà nel Golfo, del risultato delle trattative fra Washington e Teheran”, dice lo storico ed esperto di intelligence Shmuel Bar, che osserva che la nuova equazione sul Libano assegna un punto agli iraniani che sono riusciti a convincere Trump a collegare le due arene, minacciando di far saltare i negoziati. Bar non ripone molta fiducia nei colloqui in corso a Washington, che pure venerdì scorso hanno visto un primo incontro al Pentagono tra delegazioni militari dei due paesi nemici. “Il governo libanese chiede soldi e supporto per affrontare il disarmo di Hezbollah. La risposta israeliana è più o meno sempre ‘chiamateci quando siete pronti a fare il lavoro che avreste dovuto già completare’”, in riferimento alla tregua del novembre 2024 che prevedeva proprio questo punto. Bar parla comunque di un “momento d’oro, perché ora anche gli sciiti stanno assumendo posizioni critiche verso Hezbollah in Libano e il gruppo è al suo massimo punto di debolezza”. E, seppure non riesca nemmeno a fare rispettare la propria decisione di espellere l’ambasciatore iraniano a Beirut, Bar ritiene che il governo libanese sia un partner con cui Israele dovrebbe interloquire di più.“Trump sta commettendo l’errore di collegare l’arena iraniana con quella libanese, permettendo a Teheran di essere ancora padrona di casa in Libano. E Netanyahu ha acconsentito”, dice al Foglio Ariel Kahana, il corrispondente diplomatico di Israel Hayom. La domanda è se Netanyahu manterrà la sua parola nei confronti delle comunità del nord del paese, ancora sotto attacco, colpendo Dahiya. Secondo Kahana, è difficile pensare a un’operazione su vasta scala, ma è più probabile che Trump possa dare il via libera a un’azione mirata, un targeted killing della leadership di Hezbollah a Beirut. In parallelo, anche il fronte sud potrebbe tornare a una fase bellica più intensiva, all’ombra dei falliti tentativi degli innumerevoli negoziatori di portare Hamas al disarmo, come previsto dal piano di Trump: nei giorni scorsi il capo del Comando sud dell’Idf, il generale Yaniv Asor, ha raccomandato alla dirigenza politica di avviare una nuova operazione a Gaza, stimando che smantellare l’arsenale di Hamas nelle aree ancora sotto il suo controllo richiederebbe “tra le sei e dieci settimane”.
È ancora presto per seppellire l’alleanza Trump-Bibi. Contraddizioni
La nuova equazione tra Israele e Libano. Quanto a Netanyahu e il presidente americano, non conviene dare per finita l’intesa












