In un’intervista il glottologo Romito spiega le trappole della trascrizione e parla della linguistica forense come la scienza del non detto
CATANZARO – Dai pizzini scritti a mano ai dialoghi criptici intercettati con i trojan: l’evoluzione delle mafie, e della ‘ndrangheta in particolare, viaggia sulle frequenze della lingua. Ma come si distingue il folklore di un territorio da un’effettiva affiliazione mafiosa? La risposta non sta nell’intuizione, ma nel metodo scientifico. Attraverso l’analisi acustica, la pragmatica e modelli matematici di verosimiglianza, la linguistica forense trasforma i silenzi e le ambiguità del parlato in prove oggettive e replicabili in aula. Ne abbiamo parlato con Luciano Romito, professore ordinario di Glottologia e Linguistica presso l’Università della Calabria (Unical), considerato uno dei massimi esperti e pionieri in Italia nel campo della linguistica forense e della fonetica sperimentale applicata alle indagini giudiziarie. Perito e consulente in numerosi e delicati processi di criminalità organizzata, il catanzarese Romito si batte da anni contro i pericoli dell’effetto priming e dei bias cognitivi nelle trascrizioni giudiziarie.
Quali sono le principali trappole linguistiche nel passaggio dall’ascolto di un’intercettazione ambientale alla sua trascrizione?






