La scena si svolge nella piazzola di un distributore. Le immagini delle telecamere mostrano due uomini che bloccano a forza le portiere dell’auto per impedire alle persone che stanno dentro di uscire. Poi uno di loro versa del liquido infiammabile dal portellone posteriore e gli dà fuoco. Un passeggero riesce a scappare dal bagagliaio, ma gli altri quattro muoiono bruciati vivi, come nel passato accadeva agli eretici. Sono braccianti, in prevalenza afghani. La loro colpa? Pretendevano di essere pagati.

I «caporali» che hanno eseguito la sentenza vengono dal Pakistan: quanto basta agli emuli di Ponzio Pilato per scrivere sui social «si ammazzano tra loro» e continuare a scrollare il telefonino.

Scusate, però una cosa la devo dire: non tanto ai Vannacci, che una soluzione in testa ce l’hanno, per quanto cinica e impraticabile. Ma agli altri, compreso me. La sensibilità dei fautori dell’accoglienza ha una gittata molto breve: si ferma sulla spiaggia. Una volta che il migrante è scampato alla morte, nessuno si preoccupa di dargli anche una vita. Ci si affida alla selezione darwiniana: i più bravi e fortunati ne vengono fuori in qualche modo, gli altri vanno a ingrossare le file della manovalanza criminale e della manodopera servile. La condizione di irregolari li espone poi al ricatto di chiunque eserciti un potere sul loro destino. Questa è la realtà: smettiamola almeno con l’ipocrisia di chiamarla integrazione. È semmai la disintegrazione di qualsiasi forma di umanità.