A 10 anni dalla sua scomparsa, l'intero mondo dello sport si ferma a celebrare ancora una volta la grandezza di Muhammad Ali, non soltanto il miglior pugile di tutti i tempi, ma un'icona globale che ha saputo riscrivere il rapporto tra sport, politica e società nel 20esimo secolo. Nato con il nome di Cassius Marcellus Clay Jr., il fuoriclasse americano ha trasformato la boxe in un'arte e ha usato la sua fama mondiale come piattaforma per lottare contro il razzismo e l'ingiustizia sociale.
Le origini e l'oro olimpico
Nato a Louisville, in Kentucky, il 17 gennaio 1942, il giovane Cassius scopre il pugilato per caso a 12 anni, dopo il furto della sua bicicletta e le minacce di farsi giustizia da solo rivolte ai malviventi. Sotto la guida del poliziotto Joe Martin, che lo invita a imparare a boxare e gli apre le porte della palestra. Clay mostra un talento straordinario e uno stile unico, caratterizzato da una velocità di piedi e di mani mai vista tra i pesi massimi. La sua ascesa fulminea culmina nel 1960 ai Giochi Olimpici di Roma, dove conquista la medaglia d'oro nei pesi mediomassimi, svelando al mondo il suo immenso potenziale.
Il trionfo mondiale e la conversione
Il 25 febbraio 1964, a soli 22 anni, Cassius Clay conquista la poplarità mondiale sconfiggendo il campione in carica Sonny Liston e conquistando il titolo mondiale dei pesi massimi. Sono questi gli anni in cui il pugile decide di rompere definitivamente con il passato coloniale della sua terra: si converte all'Islam, si unisce alla Nation of Islam e cambia il suo nome in Muhammad Ali. Con la celebre frase "Volo come una farfalla, pungo come un'ape", Ali ridefinisce non solo lo stile di combattimento, ma anche la comunicazione sportiva, introducendo un repertorio di provocazioni e schermaglie dialettiche prima di ogni match.












