Il 9 aprile del 1959, in una sala da ballo della Dolley Madison House di Washington, sette uomini in giacca e cravatta furono presentati al mondo.

Erano i Mercury Seven, o, come li si definì subito, “i primi astronauti” degli Stati Uniti, sebbene nessuno di loro avesse ancora volato nello spazio. Il giorno stesso, la rivista LIFE inviò una lettera con un’offerta: mezzo milione di dollari per i diritti esclusivi di raccontarne la storia. Mezzo milione per eroi che, per quanto non avessero nemmeno orbitato una volta, lo spazio lo portavano dentro, come simbolo, come promessa. Nei mesi successivi, l’America intera si affezionò ai loro volti sulle copertine; le mogli furono fotografate nelle case di Cape Canaveral; i nomi e le storie degli astronauti divennero familiari come quelli delle star del cinema.

Iniziavano gli anni Sessanta e lo spazio assurgeva a racconto, epica, mito. Costituiva la prima linea della Guerra Fredda, trasposta oltre i limiti del cielo: l’avanguardia dei valori e della capacità occidentali – statunitensi, beninteso – contro quella sovietica.

Dieci anni dopo, nel luglio del 1969, quando Neil Armstrong raggiunse il Mare della Tranquillità, primo uomo a toccare la superficie di un altro mondo, agli occhi del grande pubblico la corsa spaziale poté dirsi conclusa. Nonostante l’iniziale e debordante vantaggio sovietico, gli Stati Uniti l’avevano vinta. Quanto sarebbe arrivato dopo – satelliti, sonde interplanetarie, perfino lo Space Shuttle e le stazioni spaziali, fino a quella internazionale, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – era e sarebbe rimasto questione da specialisti, non da opinion leader o decision maker.