«In realtà un corso universitario in intelligence studies è raramente un percorso verso una carriera nell’intelligence». Nigel Inkster, già capo delle operazioni del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), non è il solo a dirlo, ma lo sostiene con una chiarezza che vale la pena prendere sul serio. Perché dietro questa affermazione apparentemente controintuitiva c’è una delle tensioni più interessanti e meno discusse nell’ecosistema della sicurezza nazionale contemporanea: quella tra chi studia l’intelligence e chi la pratica.
Gli intelligence studies esistono come campo accademico riconoscibile almeno dagli anni Ottanta, con un’accelerazione significativa dopo l’11 settembre 2001. La proliferazione di corsi, master, centri di ricerca dedicati è stata rapida e, per certi versi, inevitabile: la domanda pubblica di comprensione del fenomeno era reale, i fallimenti dell’intelligence americana e occidentale avevano reso il settore improvvisamente visibile, l’apertura progressiva degli archivi storici aveva reso possibile una storiografia più solida. Il problema è che questa crescita ha generato una tensione strutturale che il campo non ha mai davvero risolto. Da un lato, gli studiosi hanno costruito un oggetto disciplinare autonomo: il ciclo dell’intelligence, le teorie del fallimento analitico, la governance comparata dei servizi, il diritto dell’intelligence, l’etica della raccolta. Dall’altro, le agenzie hanno continuato a reclutare secondo una logica sostanzialmente diversa, indifferente, quando non apertamente scettica, verso questi strumenti concettuali.









