A uccidere non è stato l’asfalto della Statale 106, l’eterna assassina, l’eterna incompiuta. E non è stata la ’ndrangheta. E però di mafia si tratta. Quella dei pakistani, carnefici su migranti come loro – tre afghani e un pakistano – bruciati vivi dentro una macchina perché colpevoli d’essersi ribellati a un sistema oltre il caporalato, è sfociato nello schiavismo se, dalla fatica nei campi a raccogliere fragole per chissà quante ore al giorno, le povere vittime non ricavavano che due pasti giornalieri e uno scomodo materasso steso sul pavimento nell’indecenza di una stanza sovraffollata. Sì, niente soldi, al più le briciole, e minacciati con le armi se provavano una timida protesta. Lo hanno testimoniato l’afghano superstite e altri nelle stesse condizioni – e forse meriterebbe approfondita la busta paga da 350 euro comparsa nei servizi televisivi. Se li pappavano i negrieri del terzo millennio. Al rifiuto, una ferocia senza precedenti – nel filmato delle telecamere dell’area di servizio è agghiacciante il ciondolio della macchina provocato dal frenetico tentativo di scampare al rogo.
È successo ad Amendolara, nel cuore della Magna Graecia e fondata, secondo la leggenda, da Epeo, il costruttore del cavallo di Troia, in onore della dea Athena che l’aveva salvato da un naufragio. È uno dei tanti paesi della costa jonica calabrese costretti a sdoppiarsi per difendersi dalle incursioni saracene: sulle alture, il borgo vecchio, Paese lo chiamano, ricco di monumenti e di sto-ria; la replica, alla marina, dove ha attecchito il turismo, per la natura che ha esagerato in bellezza, con i colori del mare dall’indaco al blu profondo, le spiagge di ghiaia e sabbia, la ricchezza di flora e di fauna nei fondali della Secca, un’isola sprofondata, e raccontata quella della ninfa Calipso, la prigione dorata di Ulisse.










