Università di Sheffield e Imperial College di Londra03 giugno 2026 alle 00:42
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Sheffield e dell’Imperial College di Londra ha pubblicato su The Lancet Healthy Longevity uno studio che potrebbe cambiare il modo in cui viene identificato il rischio di osteoporosi nelle persone apparentemente sane. Analizzando dati clinici, scansioni ossee e parametri metabolici di oltre centomila individui seguiti per diversi anni, il team ha osservato che la perdita di densità minerale ossea è spesso preceduta da alterazioni metaboliche rilevabili nel sangue molto prima che compaiano segni evidenti agli esami tradizionali. In particolare, alcuni biomarcatori legati al rimodellamento osseo e al metabolismo della vitamina D sembrano anticipare di anni il declino della qualità scheletrica. Il dato è rilevante perché l’osteoporosi continua a essere diagnosticata frequentemente dopo la comparsa di una frattura. Integrare questi marcatori biologici con gli strumenti di valutazione oggi utilizzati potrebbe consentire una prevenzione molto più precoce e personalizzata. In una fase successiva dello studio, i soggetti identificati come ad alto rischio e inseriti in programmi di intervento precoce hanno mostrato una minore perdita di massa ossea nel tempo. Il lavoro suggerisce inoltre che l’osteoporosi non sia soltanto una conseguenza dell’invecchiamento, ma il risultato di processi biologici che iniziano molto prima della comparsa dei sintomi. In un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione, la possibilità di individuare in anticipo le persone destinate a sviluppare fragilità scheletrica potrebbe ridurre significativamente il numero di fratture e le conseguenze sanitarie associate.










