Ho ascoltato su YouTube la Sinfonia concerto opera 125 di Prokofiev eseguita al violoncello da Ettore Pagano. L’ho visto suonare: suona con tutto il corpo, anche i muscoli del collo, anche i capelli suonano. È uno spettacolo incredibile, cercatelo. Mi ha ricordato Jacqueline Du Pré, che è la ragione per cui da bambina mi sono innamorata della musica. Che vita, la sua vita.
Il violoncello è uno strumento che più degli altri risuona del corpo di chi lo suona. Le intenzioni, i pensieri, una contrattura al polpaccio, i pomeriggi dell’infanzia, gli amori: tutto, si sente. Per suonarlo ci vuole, insieme a una grande anima, una forza fisica che non corrisponde alla corporatura, Du Pré era esile e fragile. Corrisponde alla determinazione, a una specie di disperazione felice che innerva di vigore e di bellezza.
Ettore Pagano ha 23 anni, è nato nel 2003. Ha l’età di uno dei miei figli, e questo forse contribuisce allo struggimento che mi coglie di fronte a questo ragazzo: un fenomeno assoluto, la cosa più vicina alla prova dell’esistenza di un dio. O comunque, in assenza di riferimenti religiosi, la prova esatta che la musica ci precede e ci sopravvive, la musica ci attraversa e ci convoca. Sceglie, la musica, gli strumenti attraverso cui esibire il suo incantesimo e questi strumenti sono esseri umani.










