La notizia ha fatto rumore: il 30 maggio Ettore Pagano, fenomenale violoncellista ventireenne che il pubblico romano ha già avuto occasione di applaudire più volte, ha vinto il Concorso Reine Elisabeth di Bruxelles. Era dalla vittoria al Caikovskij di Mario Brunello nel 1986 e di Enrico Dindo a Parigi che un violoncellista italiano non strappava un premio così prestigioso, dagli standard altissimi, che negli anni ha laureato star come Gilels, Ashkenazy, Repin.
Da quanto tempo si preparava?
«Sui brani lavoravo da due anni, ma al Regina Elisabetta pensavo da quasi quattro. L’esperienza dei tanti concorsi già vinti mi ha reso più sicuro, ma per questo nutrivo anche delle aspettative, con un carico di pressione aggiuntiva. Chi fallisce nell’ultima tornata non può ritentare il concorso. Un segnale fondamentale per me è che c’erano tre italiani nel girone conclusivo; in Italia produciamo talenti strepitosi ma talvolta mancano le strutture didattico-accademiche per sostenerli tutti, in Germania dove vivo la situazione è sensibilmente diversa».
Hanno confrontato l’attenzione per i tre italiani nei quarti del Roland Garros alla sua vittoria, notandone il minor impatto mediatico: il paragone la sorprende?










