“Non vogliamo e non possiamo ammettere alcun caso di Ebola nel nostro paese”. Così sabato scorso decretava il segretario di stato americano Marco Rubio. Il suo diktat contro il virus che si sta espandendo con oltre mille casi in Repubblica Democratica del Congo prevedeva la costruzione di un ospedale in Kenya per accogliere gli eventuali cittadini americani contagiati.

Già un medico statunitense, un missionario in un centro di cura evangelico a Bunia (nel nordest del Congo, epicentro dell’epidemia) si era ammalato a metà maggio. L’ospedale Charité lo sta curando in isolamento a Berlino. Un collega con cui lavorava è in osservazione a Praga. Eventuali nuovi casi, nelle intenzioni di Washington, verrebbero così tenuti alla larga del territorio Usa, tanto meglio se direttamente sul continente d’origine del virus.

La paura del Kenya

Il ragionamento non ha affatto convinto il paese africano. Anche il Kenya, che non ha registrato alcun contagio, ma confina con l’Uganda che ne conta otto, ha tutte le intenzioni di tenere Ebola fuori dalla porta. La Corte Suprema di Nairobi ha quindi decretato l’illegittimità della proposta di Washington. Nessuna struttura di isolamento riservata a cittadini americani sarebbe stata costruita sul suo territorio.