La struttura di quarantena per contrastare l'epidemia di Ebola che gli Stati Uniti vogliono allestire a Nanyuki, nel Kenya centrale, dice molto più di quanto sembri. Racconta una gestione del rischio costruita a distanza. I cittadini statunitensi potenzialmente esposti al virus nella Repubblica Democratica del Congo non verrebbero riportati negli Usa, ma trasferiti in Africa orientale, dentro una base militare. Lontano da Washington, lontano dalle telecamere, lontano soprattutto dalle paure dell’elettore americano. Così un problema che investe la Casa Bianca viene esternalizzato sul territorio keniano. In linguaggio diplomatico si chiama cooperazione; in termini politici, è un modo elegante per spostare il pericolo nel cortile di qualcun altro. La vicenda ha già acceso la protesta. Centinaia di persone sono scese lunedì in strada nella città del Kenya centrale per dire no alla decisione americana di allestire una struttura da 50 posti letto destinata a cittadini statunitensi esposti al virus ma ancora asintomatici. Non malati conclamati, dunque, ma persone che potrebbero sviluppare la malattia. E proprio per questo da tenere sotto controllo. Benissimo. Ma perché in Kenya? Perché non negli Stati Uniti, patria delle portaerei, dei laboratori di massima sicurezza, degli ospedali militari, delle basi in mezzo mondo e dei budget sanitari e difensivi da capogiro? La domanda è semplice. Talmente semplice da risultare imbarazzante.Se quegli americani sono cittadini degli Stati Uniti, gli Usa hanno il dovere morale e politico di farsene carico sul proprio territorio. Punto. Non possono trasformare un Paese africano in una sala d’attesa sanitaria, in una zona cuscinetto, in un parcheggio biologico lontano dagli occhi e dalle ansie dell’elettore americano. Perché qui il punto non è l’Ebola in sé, né la necessità di prevenire contagi: nessuno mette in discussione l’importanza della quarantena, della sorveglianza medica, della prudenza. Il punto è dove, come e a spese di quale comunità si decide di farlo. I residenti di Nanyuki hanno capito perfettamente la partita. E infatti protestano. Non perché siano primitivi, non perché ignorino la medicina, non perché non abbiano compassione. Protestano perché fiutano l’odore acre dell’ingiustizia. Quello stesso odore che spesso accompagna le grandi decisioni prese altrove, in stanze lucide, con mappe sul tavolo e sorrisi diplomatici, mentre le conseguenze vengono scaricate sulle comunità locali. Da Washington arriva il piano; a Nanyuki arrivano gli aerei, i militari, le strade presidiate, i cittadini preoccupati e il fumo delle proteste.Persino l’Alta Corte del Kenya ha ordinato una sospensione temporanea del progetto, dopo un ricorso in cui si sostiene che il sito potrebbe mettere in pericolo la salute pubblica. Non proprio un dettaglio. Se un tribunale ferma tutto, anche solo temporaneamente, significa che il problema non è frutto di isteria collettiva. C’è una questione giuridica, sanitaria, politica. E soprattutto c’è una questione di dignità nazionale. Il governo keniano, dal canto suo, prova a presentare l’iniziativa come parte di un rafforzamento dei sistemi di risposta alle emergenze. Formula impeccabile. Sembra quasi una brochure da conferenza internazionale: “capacity building”, “preparedness”, “partnership”. Parole lucide, rotonde, rassicuranti. Ma sotto il maquillage diplomatico resta la domanda: chi decide davvero? E nell’interesse di chi? A Nairobi si dice che il presidente William Ruto dovrebbe ricevere aiuti finanziari dagli Usa per la sua campagna elettorale in vista delle prossime presidenziali.Perché se gli Stati Uniti vogliono aiutare il Kenya a rafforzare la risposta sanitaria alle emergenze, benissimo: costruiscano ospedali, finanzino laboratori, formino medici, forniscano tecnologie, migliorino le reti di sorveglianza epidemiologica. Ma non comincino importando sul suolo keniano il problema dei propri cittadini esposti a un virus letale altrove. Questo non è aiuto ma delocalizzazione del rischio. E la delocalizzazione, si sa, è una specialità del mondo benestante. Si delocalizzano fabbriche, rifiuti, miniere sporche, frontiere, responsabilità. Ora, a quanto pare, si tenta di delocalizzare anche la paura sanitaria. L’America vuole proteggere i suoi cittadini, ma non troppo vicino a casa. Tutto questo, sia chiaro è moralmente inaccettabile.
Se gli Usa "parcheggiano" i loro concittadini in Kenya (per paura dell'Ebola)
Gli Stati Uniti hanno deciso di localizzare la struttura di quarantena per i pazienti americani esposti al virus ma ancora asintomatici nel Paese africano, trasformato così in una grande sala d'attesa sanitaria. Immediate le proteste e le reazioni dell'opinione pubblica locale











