Pace e difesa: ne parliamo con Arturo Parisi, già ministro della Difesa nel secondo governo Prodi, a lungo leader della componente ulivista e Presidente dei Democratici, membro del comitato promotore del Partito Democratico.
Professor Parisi, il 2 giugno non è soltanto una celebrazione istituzionale. Che cosa dovrebbe ricordare oggi agli italiani, in un’epoca segnata dal ritorno della guerra nel continente europeo?
«Quale ritorno? Questa è purtroppo la definizione dominante che da tempo ama celebrare i lunghi decenni della guerra fredda come anni di pace. Dimenticando gli spasmi sanguinosi che hanno attraversato l’Italia come pochi altri Paesi. E ancor di più il fiume di sangue che sulle porte di casa ha scorso per più di un terzo di secolo a seguito della deflagrazione dei Balcani, non ancora risolta. Ecco cosa dovrebbe ricordare il 2 giugno: che la pace è il bene più prezioso, ma tuttavia ancora da conquistare, non semplicemente da difendere».
In Italia sembra mancare una vera cultura della difesa. Per decenni sicurezza e Forze armate sono state considerate materie da addetti ai lavori, se non addirittura temi sospetti. Stiamo pagando oggi quel ritardo culturale?
«Esattamente. Se cultura della difesa è consapevolezza condivisa della storia e orientamento della attenzione. È il ritardo nella costruzione di una memoria condivisa, la causa. Peggio. La tentazione dei partiti di costruire ognuno la propria rendita di posizione su narrazioni divisive oppure di non disturbare il sonno di troppi cittadini abbandonandoli all’alternativa tra il pacifismo del non fare, e a ritorni di fiamma nazionalisti».















