Alla Knesset la prima è buona per tutti. È stato approvato con 106 voti, e nessun contrario, il disegno di legge presentato dal governo per sciogliere il parlamento. Adesso per ufficializzare le elezioni anticipate servono altri due passaggi nel plenum. Tuttavia, non c'è accordo sulla data, tanto che la commissione incaricata ha concordato per un arco temporale che va dall'8 settembre al 20 ottobre. La crisi di governo esplosa a metà maggio tra Benjamin Netanyahu e la fazione dei religiosi di Degel Hatorah sull'obbligo di leva per i giovani ultraortodossi haredim ha portato al collasso della maggioranza. Strada chiusa all'iniziativa di Netanyahu di introdurre una normativa in materia di coscrizione ed esenzione, che tenesse in piedi la coalizione. Per Bibi è stato un buco nell'acqua, che ha creato malumori anche dentro il suo stesso partito, il Likud.
In questi giorni la politica israeliana è paradossalmente assorbita non tanto dalla perdurante iniziativa militare di annessione a Gaza, con le conseguenti ripercussioni sulla popolazione stremata, e dalla campagna di violenza ed occupazione della Cisgiordania, ma da un dibattito incentrato su una sfera aritmetica. Secondo i sondaggi nessuno dei due principali blocchi elettorali, pro e contro Netanyahu, otterrà una maggioranza assoluta nella prossima Knesset. Il mancato raggiungimento della soglia critica dei 61 seggi nel parlamento di per sé non è una novità, è matematica. Numeri. Il calcolo probabilistico rende la costruzione di future coalizioni un esercizio assai enigmatico. Illusorio a meno che nel computo dei seggi per formare la maggioranza non arrivi il sostegno dei partiti religiosi ultraortodossi o dei partiti arabi. Tema quest'ultimo che apre riflessioni di svariato genere.









