A Kiev, nella notte, non è stato il silenzio a svegliare la città ma la sua assenza: il ronzio dei droni, poi il colpo secco dei sistemi di difesa, quindi le esplosioni più profonde, quelle dei missili balistici, che arrivano troppo in fretta per lasciare spazio all’abitudine. Nelle stazioni della metropolitana, migliaia di persone hanno aspettato sedute a terra o in piedi contro le pareti, con i telefoni in mano e gli occhi puntati sugli schermi; sopra di loro, in superficie, i quartieri della capitale ucraina venivano colpiti da uno degli attacchi più pesanti delle ultime settimane. Il bilancio iniziale diffuso dalle autorità locali parla di 3 morti e 29 feriti, tra cui 2 bambini, con dispersi segnalati sotto le macerie. A Dnipro, più a est, l’attacco ha causato almeno 4 morti e 16 feriti, alcuni in condizioni gravi. In aggiornamenti successivi, il numero dei feriti a Kiev è stato indicato da altre fonti ufficiali in almeno 35: un dettaglio che dice quanto il conteggio, nelle prime ore, resti mobile e drammaticamente incompleto.
Il punto non è soltanto la violenza del raid, ma la sua struttura. Le autorità ucraine e diversi osservatori hanno descritto la sequenza come un attacco combinato pensato per mettere sotto pressione la difesa aerea: prima ondate di droni, poi missili da crociera e vettori balistici lanciati in modo da saturare i tempi di reazione, confondere i tracciamenti e aumentare la probabilità che qualcosa passi. È una tattica ormai riconoscibile, ma che continua a produrre effetti devastanti proprio perché somma quantità, velocità e simultaneità. Nella notte, allarmi e avvisi di minaccia hanno riguardato non solo la capitale, ma anche altre città, da Dnipro a Kharkiv e Zaporizhzhia.













