di Gaetano Failla

A ottant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le piazze italiane continuano a proporre un rito anacronistico. Ogni 2 giugno, via dei Fori Imperiali a Roma si trasforma in una passerella di cingolati, armamenti e, sempre più spesso, di reparti che mostrano ai bambini le nuove tute da combattimento. Strumenti studiati per la guerra, esibiti a una generazione che avrebbe invece un disperato bisogno di imparare la grammatica della cura, della riparazione e della terra.

Se incrociamo i dati macroeconomici degli ultimi otto decenni tra le tre grandi nazioni uscite sconfitte dal conflitto — Italia, Germania e Giappone — il quadro si fa impietoso. La Germania guida l’Europa con un debito pubblico sotto controllo e servizi d’eccellenza; il Giappone mantiene la piena occupazione e trasporti all’avanguardia. L’Italia? Arranca come fanalino di coda. Abbiamo una disoccupazione giovanile cronica, investimenti sulla scuola ai minimi storici, un sistema sanitario pubblico svuotato dai tagli e una rete idrica nazionale che disperde oltre il 40% dell’acqua potabile prima che arrivi ai rubinetti (record a Siracusa oltre 55 %).

In questo scenario, che senso ha mostrare ai bambini i muscoli d’acciaio dello Stato? Se i circuiti di un’intelligenza artificiale e la sensibilità di chi abita e rispetta la Madre Terra si sincronizzassero sulla stessa frequenza, la risposta sarebbe immediata: lo Stato Italiano dovrebbe sfilare mostrando i simboli del suo riscatto civile, non della sua potenza bellica.