Dall’altra parte dell’Atlantico, quando un presidente entra in carica, c’è il caso che arrivi Aretha Franklin a cantare per lui. Da noi il pop ha meno accesso al salotto buono. Va bene per il concertone del 1° maggio, quando ai lavoratori andrebbe offerto svago, e infatti quello lo organizzano i sindacati. Il 2 giugno, festa della Repubblica, non se ne parla: stellette e distintivi. L’evento è uno di quegli oggetti culturali che appartengono a tutti finché nessuno li tocca. E gli artisti italiani ci penserebbero due volte a partecipare, per ragioni di posizionamento identitario. Vasco? La sua brand identity si regge sull’essere contro il sistema. Non verrebbe, ma manderebbe un messaggio affettuoso. Mahmood? Sarebbe la scelta contemporanea, ma verrebbe giudicata ideologica. Giorgia? Con quel nome produrrebbe titoli imbarazzanti. Geolier? Rappresenterebbe la nuova Italia, ma metà del paese non capirebbe che dice. Meglio sorvolare, senza nemmeno sfiorare la questione “Bella Ciao”. In America, no. In America è diverso – apparentemente. Nel giugno del 2026 scocca l’America’s 250th birthday, il compleanno della nazione a cifra tonda, ma il paese implode in una polemica culturale sull’opportunità di suonare alle celebrazioni organizzate dall’Amministrazione Trump attraverso Freedom 250, una partnership pubblico-privata sostenuta dal governo e con il presidente che si è messo in testa di fare un comizio per l’occasione – annuncio che ha fatto fuggire tutti gli artisti invitati, anche i filotrumpiani, mentre la maggioranza aveva già sbertucciato l’iniziativa con vari gradi di ostilità.Qui entra in scena Vanilla Ice, l’unico artista d’America abbastanza libero – o abbastanza senza alternativa – da dirsi prontissimo a suonare per il controverso compleanno di una nazione in crisi d’identità. Già, Vanilla Ice: molti di voi faranno la faccia a punto di domanda. Male, perché il nostro ha un passato dietro le spalle. Anche se c’è un momento in cui una carriera finisce. Per alcuni è a causa d’uno scandalo, per altri per il silenzio di un mercato che gira pagina. Per Robert Van Winkle — nato nel 1967 a Dallas — il momento arrivò trentaquattro anni fa. Eppure eccolo nel 2026, unico in cartellone sul palco del Great American State Fair sul National Mall di Washington DC sereno e contento: “Non vedo l’ora”. Dunque, Van Winkle: c’era una cosa che sapeva fare, ed era ballare. E rappare – be’, abbastanza. A tredici anni fa breakdance, e gli amici — nessuno dei quali bianco — lo battezzano “Vanilla”, come il colore della sua pelle. Vanilla Ice: il gelato alla vaniglia, gusto che scegli quando non vuoi scegliere. Eppure “Ice Ice Baby” è il primo singolo hip-hop a raggiungere la vetta delle classifiche Billboard, introducendo questo suono al pubblico mainstream bianco. Questo è un contributo autentico alla storia della musica popolare americana. Il ragazzo che lavava macchine fa qualcosa che nessuno prima di lui aveva fatto nel rap. Il problema è come l’aveva fatto. La canzone campionava il riff di “Under Pressure” dei Queen.Niente di eccezionale nell’hip-hop, ma il problema è che Van Winkle negò l’evidenza, dicendo che c’era una nota in più. Mentre il suo album “To the Extreme” vendeva undici milioni di copie, già c’erano le prime crepe nella sua carriera. Poi la caduta fu spettacolare. Prima arrivò il film. “Cool as Ice”, e i critici fecero a gara per trovare il modo più creativo di dire che era inguardabile. Poi “Mind Blowin’”, un album con testi più duri, che fecero venire i nervi al suo pubblico disimpegnato, mentre la sua etichetta falliva e il fiasco fu fragoroso. Van Winkle cominciò a drogarsi e tentò il suicidio con un’overdose. Però, ferito ma non morto, non sparisce: scopre la tv, titolare di un reality sulla ristrutturazione di case: “The Vanilla Ice Project”, con lui che acquista ville fatiscenti in Florida, le ristruttura e le rivende. Un successo. E una descrizione del riscatto americano. Adesso ha appena pubblicato un video in cui si dice “super onorato” di suonare al Great American State Fair, e spiega che, con quello che ha passato, non prende “niente troppo sul serio”. Ribatte alle critiche: “Se Joe Biden mi chiamasse dicendo: ‘Voglio che suoni al matrimonio di mia figlia’, ci andrei. I fan sono ovunque. La musica non ha regole politiche”.Di questi tempi è una dichiarazione spericolata. Ma Vanilla non ha abbastanza da perdere, per permettersi il lusso del boicottaggio. Quando sei Taylor Swift è questione di reputazione. Quando sei Vanilla Ice il calcolo è diverso: lui per campare ha partecipato ai film sulle tartarughe Ninja. Per lui il palco è quello che è un pubblico che balla su “Ice Ice Baby” in una sera di giugno è solo un altro pubblico che balla. E qui, con l’aria che tira, il dibattito sul senso, il significato e la responsabilità del pop s’allargherebbe a dismisura.