Parigi. “Nulla giustifica la grave escalation in corso nel Libano meridionale. La Francia continuerà a sostenere le autorità libanesi nei loro sforzi per ripristinare la sovranità statale e l’integrità territoriale del paese”. Domenica sera il presidente francese Emmanuel Macron ha manifestato la sua inquietudine per l’escalation militare nel sud del Libano, in seguito all’espansione dell’offensiva israeliana. Macron cerca di evitare che il conflitto tra Israele e Hezbollah degeneri in uno scontro più ampio, con conseguenze politiche, umanitarie ed economiche che vanno ben oltre i confini libanesi. Per questo motivo la Francia ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che si è tenuta ieri. “E’ opportuno distinguere tra influenza diplomatica e capacità di imposizione – dice al Foglio Yasmina Asrarguis, saggista e ricercatrice affiliata all’Osservatorio sul medio oriente e il nord Africa della Fondazione Jean-Jaurès – La Francia mantiene in Libano una posizione unica, ereditata da una lunga storia comune e alimentata dall’esistenza di legami umani, culturali e della diaspora particolarmente intensi. Rimane uno dei principali sostenitori diplomatici, economici e militari dello stato libanese, il che le conferisce una legittimità che pochi attori esterni possono rivendicare. La sua voce non è quindi priva di peso, tanto più nell’attuale contesto regionale, segnato dalle tensioni intorno allo Stretto di Hormuz e dal dispiegamento della portaerei Charles de Gaulle nella regione. Tuttavia, quando si tratta delle scelte militari israeliane, sia a Gaza sia in Libano, la capacità di influenza francese raggiunge rapidamente i propri limiti”.Secondo la studiosa, “la dottrina di sicurezza israeliana rientra innanzitutto in un calcolo sovrano in cui i partner europei occupano un posto secondario. Le dichiarazioni di Macron devono quindi essere intese non tanto come un tentativo di influenzare direttamente le decisioni israeliane, quanto piuttosto come la volontà di mantenere una pressione diplomatica costante contro l’escalation, in un contesto politico israeliano particolarmente teso e esacerbato in vista delle scadenze elettorali”. Secondo Asrarguis, che tra il 2019 e il 2020 ha lavorato nella cellula diplomatica dell’Eliseo, “Washington rimane oggi l’unica capitale a disporre delle leve politiche, militari e strategiche in grado di esercitare un’influenza significativa sulle scelte dell’esecutivo israeliano”. La richiesta francese di una seduta d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu riflette la volontà di internazionalizzare il dibattito e di ricollocare la crisi libanese in un contesto multilaterale. “E’ uno dei princìpi guida della diplomazia francese sin dallo scoppio della guerra in Libano”, afferma Asrarguis, prima di aggiungere: “Parigi cerca di ricollocare il conflitto in un quadro giuridico internazionale preesistente, quello della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza, che si basa su tre principi fondamentali: il rispetto della sovranità libanese, il rafforzamento delle capacità dell’esercito libanese e la riduzione dei rischi di scontri transfrontalieri”. Ieri Macron ha salutato “l’impegno del presidente Trump”, con cui ha avuto un colloquio telefonico domenica sera, “a favore della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano”. “La constatazione condivisa di Parigi e Washington è che un’espansione delle ostilità in Libano comporterebbe un grave rischio per l’intero equilibrio regionale. In particolare per la Siria, che Trump considera una delle sue recenti prodezze. Tuttavia, sarebbe eccessivo dedurne una perfetta convergenza di vedute tra Parigi e Washington. Gli americani continuano a considerare la sicurezza di Israele come la lente principale attraverso cui interpretare la crisi, mentre la Francia rimane più attenta alle dimensioni umanitarie del conflitto e alle sue conseguenze sulla sovranità e sulla stabilità del governo libanese”, spiega Asrarguis. “La questione essenziale – prosegue la ricercatrice – è quindi capire se questa convergenza di diagnosi possa trasformarsi in una convergenza di azione. Se Washington decidesse di esercitare appieno la propria influenza sulle autorità israeliane e se, parallelamente, Parigi riuscisse a mobilitare i partner europei e arabi attorno a un’iniziativa comune, allora potrebbe aprirsi una vera e propria finestra diplomatica”.