Dieci anni fa, il 23 maggio 2016, il colosso chimico-farmaceutico tedesco Bayer annunciò l’acquisto di una delle aziende allora più contestate del mondo: la produttrice statunitense di pesticidi e sementi Monsanto. In una recente conferenza stampa, a una domanda su quest’anniversario, Bill Anderson, l’amministratore delegato della Bayer, è apparso sorpreso: “Non me ne ricordavo affatto, grazie per avermelo ricordato”. Qual è stata la lezione di quell’operazione? La Bayer ha tratto molti vantaggi “dalla combinazione di sementi ad alta tecnologia e prodotti fitosanitari all’avanguardia, oltre che dall’agricoltura digitale”, ha affermato Anderson. Ma è evidente che “le condizioni finanziarie” dell’acquisizione “non si sono rivelate vantaggiose”.
“Non si sono rivelate vantaggiose” è un eufemismo. Di fatto la Bayer ha pagato agli azionisti della Monsanto 55 miliardi di euro, il 44 per cento in più del precedente valore di mercato dell’azienda statunitense. E negli anni successivi ha dovuto sborsare altri 24 miliardi di euro in avvocati, spese processuali, risarcimenti e transazioni, come ha calcolato di recente il quotidiano economico Handelsblatt.
Tra le conseguenze devastanti c’è per esempio il fatto che oggi in borsa la Bayer vale meno della cifra versata per comprare la Monsanto. Poco prima dell’acquisizione, invece, era la principale azienda dell’indice azionario tedesco (Dax). Ma mentre negli ultimi dieci anni il Dax ha più che raddoppiato il suo valore, il prezzo delle azioni della Bayer si è più che dimezzato. Dei circa 116mila dipendenti che l’azienda contava prima dell’operazione, a cui vanno aggiunti quelli portati dalla Monsanto, ne restano solo 88mila.









