La Festa della Repubblica non è tra le feste più sentite del nostro paese, malgrado sia la celebrazione della nascita della forma di Stato democratica grazie al referendum istituzionale del 1946 e dopo una guerra civile, una guerra mondiale e vent’anni di dittatura fascista.

Sono trascorsi ottant’anni da quel preciso momento in cui l’Italia post totalitaria si divise in due, con il 54 per cento degli italiani che scelse di abbandonare la monarchia. La Repubblica nacque con l’opposizione di quasi undici milioni di concittadini, in gran parte monarchici e fascisti, ma non solo, e dunque il 2 giugno per gran parte degli italiani non è mai stata una data da festeggiare con particolare entusiasmo.

I democristiani sono sempre stati molto attenti a unire invece che dividere il paese, e quindi non hanno mai voluto fare del 2 giugno una bandiera politica. I comunisti, per motivi opposti, non hanno mai amato il 2 giugno, anche per il timore di assecondare un’enfasi patriottica considerata nostalgica, pericolosa e in contrasto con le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione socialista globale.

La freddezza nei confronti della Festa della Repubblica è stata a lungo pari al distacco che, fino alla caduta del muro di Berlino e della cosiddetta prima repubblica, è stato riservato allo sventolio politico del tricolore e al cantare l’inno di Mameli. Oggi si discute di Francesco De Gregori che rivendica il diritto dell’artista di non prendere posizione con strumenti diversi, nel suo caso, dalle canzoni, però fu proprio un suo brano rivoluzionario del 1979, “Viva l’Italia”, a liberare il paese dalla patina ideologica che bloccava la destra e la sinistra. Scrivere nel 1979 “Viva l’Italia” con tutte le sue contraddizioni non è stato facile per uomo considerato di sinistra come lo è stato scrivere “Born in the Usa” nel 1984 per Bruce Springsteen.