L’intervento del professore Giuseppe Barone, docente universitario, arriva come una frustata in un dibattito che a Modica sembra sempre oscillare tra celebrazioni autoindulgenti e rimozioni collettive. La sua denuncia, scaturita dopo l’intervento dell’on. Ignazio Abbate a Casa Quasimodo e dopo la decisione della Regione, comunicata un mese fa, di acquisire l’immobile con fondi pubblici, mette in discussione non solo l’operazione in sé, ma un intero modo di raccontare — e spesso distorcere — la storia culturale della città. Barone parla di manipolazione sistematica degli eventi e delle tradizioni, un meccanismo che secondo lui si accompagna da tempo allo spreco di risorse pubbliche, e cita la vicenda attuale come esempio di un campionario molto più vasto.
Il nodo centrale è semplice e, per Barone, incontestabile: quella che oggi viene chiamata Casa Quasimodo non è mai stata la casa del Premio Nobel. Lo sanno tutti, insiste, e lo dicono i documenti. Quell’abitazione non ha mai ospitato lo scrittore, nato nei locali della stazione ferroviaria mentre la famiglia era in viaggio verso Roccalumera. Da assessore alla Cultura, tra il 2000 e il 2002, Barone ricorda di aver lavorato con il sindaco Ruta per acquisire con fondi regionali la quadreria e gli abiti indossati a Stoccolma dal poeta, ma di non aver mai perseguito l’acquisto di quella casa, definita senza mezzi termini “fasulla”. A suo dire, la falsa tradizione sarebbe stata alimentata anche dalle scelte di Alessandro Quasimodo, descritto come ambiguo e sprovveduto, che avrebbe svenduto mobili e reperti milanesi privi di qualsiasi legame con Modica, contribuendo così alla costruzione di un racconto turistico basato sulla menzogna. E oggi, aggiunge, si pensa perfino di impegnare altro denaro pubblico su quella che definisce “una casa di nessuno”.












