| 1 Giugno 2026 14:03 |
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(Adnkronos) – L’ondata di calore precoce di fine maggio ha fatto crescere, esponenzialemente, anche i casi di allergie respiratorie. Colpa “della dispersione nell’ambiente di un quantitativo di pollini che, con temperature più miti, non c’era”. E tutto questo è facilitato anche “dall’inquinamento ambientale, perché l’aumento di questo fattore facilita l’infiammazione delle mucose e delle vie aeree. E quindi più facilmente il paziente sviluppa sintomi”. A fare il quadro Francesco Murzilli, presidente dell’Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaiito), a margine di ‘Parola alla medicina’, format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner.
Le allergie respiratorie, sostanzialmente, “con i cambiamenti climatici hanno subito una variazione rispetto alla stagionalità, quest’ultima sempre meno marcata. In passato eravamo abituati ad avere delle stagioni molto ben definite, e rischi legati ai pollini con ‘confini più chiari’. Oggi con il riscaldamento del clima, la fioritura delle specie botaniche viene anticipata e cessa in ritardo. E’ come se noi non avessimo uno stacco. C’è quasi un continuum nella presenza di questi pollini allergenici nell’ambiente. La sintomatologia si protrae così nel tempo”. La presenza delle varie specie polliniche, ovviamente, “dipende anche da dove viviamo. Se parliamo per esempio del Nord Italia, sicuramente c’è il problema dell’ambrosia, molto sentito, che avrebbe una fioritura nei periodi estivi, ma che può anticipare con il caldo precoce”, evidenzia Murzilli.















