La crescita degli orsi sulle Alpi e dei lupi in Italia è un successo della conservazione, delle leggi di protezione di specie che fino a pochi decenni fa erano considerate “nocivi”, e della maggiore consapevolezza che la Natura non è un nemico da combattere, ma una ricchezza da difendere. Oggi però questo successo ci mette di fronte a sfide che facciamo fatica ad accettare. Il ritorno dei lupi dai territori dai quali li avevamo sterminati, l’espansione degli orsi sulle Alpi, dopo che negli anni ‘90 si erano praticamente estinti, portano con sé delle problematiche che vanno affrontate e non nascoste. Negli ultimi mesi si è parlato molto di lupi, per due episodi opposti eppure strettamente collegati. Gli odiosi atti di bracconaggio che hanno portato all’avvelenamento di almeno 18 lupi tra il 30 marzo e il 20 aprile nell’area del parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.
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E la predazione da parte dei lupi del cane “Osso” di Michele Serra, raccontato dal giornalista in un post che ha scatenato un acceso dibattito, portando Serra a pubblicare in un secondo articolo su Repubblica delle ulteriori riflessioni. La principale causa di conflitti tra grandi carnivori e uomo è legata alla predazione sul bestiame. Se guardiamo ai costi economici potremmo il problema sembra molto limitato; i lupi causano perdite inferiori ai 2 milioni di Euro all’anno, un’inezia se pensiamo che cimice asiatica o granchio blu hanno causato perdite per centinaia di milioni di euro. Ma la questione è più complessa, perché la dimensione economica non ci dice tutto. In un settore già in grave difficoltà come l’allevamento di montagna, il pastore che sale in alpeggio e trova il gregge sterminato subisce un impatto che va ben oltre le poche migliaia di euro del costo delle pecore, ed è anche emotivo. A volte diventa la goccia che fa traboccare il vaso portando alcuni allevatori a rinunciare alla loro attività. Non dobbiamo fare l’errore di sminuire gli aspetti emotivi.







