Più che un vincitore, il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane ha prodotto uno sconfitto. E quello sconfitto non è Iván Cepeda, che il 21 giugno si giocherà ancora la presidenza della Repubblica al ballottaggio. Non è nemmeno Gustavo Petro, il cui governo arriva a fine mandato tra luci e ombre. Il grande sconfitto di questa tornata elettorale è Álvaro Uribe.
Per oltre vent’anni l’ex presidente ha rappresentato il punto di riferimento quasi indiscusso della destra colombiana. Nessuna candidatura conservatrice poteva aspirare a governare il paese senza il suo sostegno, così come nessun progetto politico alternativo poteva ignorare la sua capacità di orientare il dibattito pubblico. Le elezioni del 31 maggio raccontano invece una realtà diversa: l’elettorato conservatore ha deciso di voltare pagina. E lo ha fatto scegliendo non una destra più moderata o più centrista, bensì una proposta ancora più radicale.
Con il 43,72% dei voti e oltre dieci milioni di preferenze, Abelardo de la Espriella si è imposto come il candidato più votato del primo turno, lasciando a quasi tre punti di distanza Iván Cepeda, fermo al 40,92%. A colpire non è soltanto l’entità del risultato, ma il modo in cui esso si è costruito. La candidatura di Paloma Valencia, considerata fino a pochi mesi fa l’erede naturale del capitale politico uribista e la figura destinata a contendere la presidenza alla sinistra, è crollata fino a un modesto 6,92%. Un risultato che assomiglia più a una resa che a una sconfitta e che certifica l’incapacità dell’uribismo di interpretare la nuova domanda politica proveniente da ampi settori della società colombiana. La destra non è stata sconfitta, ha semplicemente cambiato padrone.










