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I “costruttori di pace” non se la passano bene ultimamente, nonostante gli appelli del Papa e di pochi altri capi di Stato: dimenticati, emarginati, a volte perfino direttamente attaccati sugli scenari di guerra (l’ultimo gravissimo episodio è avvenuto alla fine dello scorso marzo, con tre caschi blu uccisi nel sud del Libano), trattati quasi come un intralcio, come un oggetto d’antiquariato che nessuno invoca più, in quest’epoca dominata dai conflitti, dove l’aggressione unilaterale, la prepotenza e la violenza prevalgono su qualsiasi diritto, che sia morale, umanitario o internazionale, dove i civili vengono platealmente colpiti, dove l’impunità viene addirittura idealizzata. La conseguenza diretta è che le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, finalizzate al “mantenimento della pace internazionale”, hanno appena toccato il loro livello più basso da almeno 25 anni. Il rapporto pubblicato pochi giorni fa dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha rivelato che il numero complessivo del personale internazionale dispiegato nelle operazioni di pace era sceso a 78.633 alla fine del 2025, segnando un calo del 17% rispetto all’anno precedente e un calo del 49% rispetto al 2016, appena dieci anni fa. Colpa della mancata erogazione dei finanziamenti e di un certo “disimpegno” che sta contagiando sempre più le nazioni, che evidentemente hanno sempre meno voglia di “scommettere” sul mantenimento della pace come valore. Sui 5,38 miliardi di dollari di budget previsti nel bilancio 2024-2025 (il più basso degli ultimi dieci anni) mancano ancora all’appello due miliardi non ancora versati, pari a oltre un terzo del budget totale. Una prolungata instabilità finanziaria che, se non si troverà il modo d’invertire la tendenza, potrebbe ulteriormente e gravemente indebolire i meccanismi internazionali di gestione dei conflitti. “Se le cose dovessero continuare così, in una tempesta perfetta scatenata da finanziamenti ridotti e fattori geopolitici, potremmo assistere a un indebolimento drastico della gestione multilaterale dei conflitti e alla progressiva emarginazione di istituzioni come le Nazioni Unite”, ha commentato Jaïr van der Lijn, direttore delle operazioni di pace e del programma di gestione dei conflitti dello Stockholm International Peace Research Institute. “Il risultato sarà verosimilmente un maggior numero di conflitti, che potrebbero avere impatti ancora più gravi sui civili man mano che gli stati abbandoneranno norme consolidate da tempo”. L’enorme debito degli Stati UnitiQuestione di soldi dunque, di quote dovute e spesso non pagate. Scriveva lo scorso marzo il centro studi Konrad-Adenauer-Stiftung: “Soltanto 55 Stati, su 193, hanno versato le quote dovute entro la scadenza prevista l’8 febbraio 2026; al 20 marzo, risultava che 93 Stati hanno pagato integralmente le loro quote di bilancio”. Mentre nel 2025 risulta che 151 Stati, sempre su un totale di 193, avevano pagato integralmente le loro quote di bilancio, anche se spesso con gravi ritardi. E il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres aveva già avvertito, lo scorso gennaio, che l’ONU potrebbe rischiare un collasso finanziario entro luglio se le quote non venissero pagate per tempo. L’esempio più eclatante viene dagli Stati Uniti, che pur essendo i principali contributori, per il 22% del totale, hanno accumulato un debito complessivo di quasi 4 miliardi di dollari con le Nazioni Unite. E i 160 milioni di arretrati versati lo scorso febbraio non cambiano di molto la situazione, con il presidente Trump che ha più volte definito “inutile” l’organizzazione, minacciando perfino di abbandonarla, o di metterla “sotto tutela” del Board of Peace. Un disimpegno pianificato: al punto che la Casa Bianca, nella richiesta di bilancio presentata per l’anno fiscale 2027, non ha incluso finanziamenti né per il bilancio regolare dell’ONU né per le operazioni di mantenimento della pace.Tra gli Stati che hanno contribuito maggiormente al finanziamento delle Nazioni Unite (dati del 2025) spiccano il Giappone, con 237 milioni di dollari, la Germania, con quasi 195, il Regno Unito, con 136, la Francia, con 132, poi l’Italia con 96 milioni di dollari e il Canada con 85. Il primo, inevitabile riflesso della carenza di fondi è nella diminuzione del numero complessivo delle missioni di mantenimento della pace, che nel 2025 si sono fermate a 58, tre in meno rispetto al 2024, scendendo per la prima volta dal 2016 sotto la soglia delle 60. Diciotto missioni si sono svolte in Europa e altrettante in Africa subsahariana; 14 tra Medio Oriente e Nord Africa; 5 nelle Americhe, e 3 tra Asia e Oceania. Interessante anche l’analisi della provenienza del personale impiegato: il gruppo più numeroso proviene dall’Uganda, a seguire Nepal, Bangladesh e India. I restanti principali contributori arrivano dal Pakistan, dall’Indonesia e poi dall’Africa subsahariana: Ruanda, Etiopia, Burundi e Kenya. E più l’Onu riduce il suo ambito di competenza, più cresce il ruolo attivo delle organizzazioni regionali, come l’Unione Africana, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE): organismi più piccoli, e probabilmente meno efficaci, che si trovano comunque a fare i conti con problemi di sottofinanziamento e rivalità geopolitiche. “Le organizzazioni regionali mancano di capacità chiave quando si tratta di costruire la pace integrata e di successo”, ha dichiarato Claudia Pfeifer Cruz, ricercatrice senior del Peace Operations and Conflict Management Programme del SIPRI “Man mano che la gestione dei conflitti guidata dall’ONU si ritira, si lascia un vuoto crescente che i modelli alternativi non sono in grado di colmare”.Un modello schiacciato dai governi autoritariMa ridurre alla sola questione economica la crisi delle Nazioni Unite sarebbe riduttivo: è il “modello” che traballa sotto il peso di governi sempre più autoritari, e in una condivisione d’intenti che, in quest’epoca storica, sembra destinata a non esistere più. Come ha argomentato il PolSci Institute in un approfondimento pubblicato pochi mesi fa dedicato alla sua progressiva “marginalizzazione”, che l’ha di fatto allontanata dal centro delle decisioni nella politica globale. “L’organizzazione esiste ancora, mantiene ancora i suoi propositi e approva proposizioni. Ma la sua capacità di influenzare il comportamento degli stati potenti, specialmente su questioni di guerra e pace, si è notevolmente indebolita. Per capire il perché, è utile ricordare cosa fosse destinata a fare l'ONU. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti guidarono la creazione di una serie di istituzioni progettate per favorire la pace e scoraggiare azioni unilaterali dirompenti. Questi organismi divennero la spina dorsale di ciò che gli studiosi chiamano l’ordine mondiale liberale. La Carta delle Nazioni Unite attribuiva la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale al Consiglio di Sicurezza, e proibiva esplicitamente l’uso unilaterale della forza. L’articolo 2, comma 4, della Carta vieta a uno o più stati di usare la forza armata senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. La marginalizzazione è quindi il divario tra questo disegno e la realtà. L’ONU doveva essere il guardiano della forza legittima: ma sempre più spesso, gli Stati potenti trattano quel passaggio come opzionale”. E, come evento spartiacque, il PolSci Institute cita l’invasione dell’Iraq: “Nessun singolo evento illustra più chiaramente la marginalizzazione dell’ONU dell’invasione dell'Iraq del 2003. L’episodio mostra come uno stato potente possa fare pressioni sull’ONU per ottenere l’approvazione, non ottenerla e poi agire comunque”.La fame come arma di guerraEppure, quanto ci sarebbe bisogno di organismi sovranazionali in grado di far rispettare le regole, di tracciare le linee invalicabili, d’imporre comportamenti moralmente e giuridicamente etici (al netto degli scandali che in questi anni hanno sconvolto, al loro interno, le Nazioni Unite). Mentre invece ormai non si tiene più nemmeno conto delle risoluzioni ignorate, degli appelli caduti nel vuoto, delle azioni bloccate da un voto contrario (nel 2025 la Russia ha posto il veto su 129 risoluzioni, in gran parte relative a Ucraina e Siria, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatto ricorso 89 volte, soprattutto a difesa di Israele). Ma anche i testi che riescono ad arrivare all’approvazione finale spesso vengono ignorati. Un solo esempio: alla fine di maggio del 2018, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità una risoluzione, la numero 2417, riguardo l’uso della “fame dei civili” come arma di guerra, invitando tutti coloro che “hanno influenza sulle parti di conflitto armato, a ricordare a questi ultimi il loro obbligo di rispettare il diritto internazionale umanitario”. Ebbene, dal 2018 a oggi quella risoluzione è stata violata più di ventimila volte, con episodi di violenza legata al cibo, con attacchi deliberati contro mercati o sistemi di distribuzione alimentare, che ovviamente, ogni volta, provocano un gran numero di vittime civili. A riportarlo è l’associazione umanitaria Insecurity Insight, che definisce “sistematici” gli attacchi ai sistemi alimentari, soprattutto a Gaza e nel territorio palestinese occupato (documentati oltre 9000 attacchi negli ultimi anni), in Sudan, in Libano, nello Yemen e ad Haiti. “Questo dimostra non che la risoluzione 2417 sia fallita - ha commentato Christina Wille, direttrice di Insecurity Insight -, ma che gli Stati membri non l’abbiano attuata e non abbiano dimostrato la volontà politica di prevenire proprio quelle azioni che erano state bandite dalla comunità internazionale”.