di
Francesca Bonazzoli
Passare sopra la figura, nella Galleria Vittorio Emanuele, è un rito scaramantico e Palazzo Marino periodicamente provvede ai restauri
Nemmeno fossimo in Spagna. A Milano in questi giorni non si parla che dei testicoli del toro riprodotto nel pavimento della Galleria Vittorio Emanuele. Spariti dopo il restauro, scatenando l’ilarità e gli sfottò dei milanesi: «Transizione di genere per il povero toro»; «toro transgender»; «giallo a Milano»; «perché il toro è diventato un bue?»; «restauro orrendo». Il fatto è che sugli attributi della bestia rampante (simbolo araldico di Torino) si accaniscono i tacchi di milioni di turisti compreso, lo scorso febbraio, quello a spillo alto 12 centimetri di Amal Clooney, che ha compiuto i tre giri col tallone destro previsti dal rito apotropaico al braccio del marito George. La giravolta dovrebbe garantire buona fortuna e il ritorno a Milano. Tuttavia anche chi non crede ai miracoli, non rinuncia al pestone con selfie, cartolina milanese per eccellenza da inviare ai propri follower.
Ma pesta oggi, pesta domani, in meno di dieci anni i testicoli si sono affossati di circa 2,5 centimetri, generando un buco in cui si sono polverizzate le tessere di marmo rosa che segnalavano l’apparato riproduttivo del toro.










