Genova – Le origini del Gruppo Grendi 1828 sono custodite nella polizza di viaggio con cui Francesco Sommariva chiedeva il trasporto fino a Boston di due casse con cento cappelli di feltro. «Il prezzo finale di 680 nuove lire piemontesi è stato corretto a penna - fa notare Costanza Musso, amministratrice delegata e sesta generazione alla guida dell’impresa familiare - Evidentemente le contrattazioni fanno parte del Dna di questa città. Il documento risale al 1828 e a quella data facciamo riferimento per la nascita ma è probabile che la casa di spedizioni esistesse già dal Settecento». Oggi Grendi è alla vigilia del secondo centenario di vita, una delle aziende più longeve nel settore della logistica. «Siamo nati come spedizionieri ma ci siamo evoluti nel tempo - ricostruisce Musso - L’impresa è sempre rimasta nelle mani della stessa famiglia, la mia è la prima generazione in cui è entrata una donna: era il 1996 e le reazioni nel mondo dello shipping furono di perplessità, il porto era considerato roba da uomini. Devo ringraziare mio padre che non ha mai fatto differenze di genere, guardava le abilità». L’azienda ha iniziato a guardare oltre i confini genovesi nel 1936, con l’apertura del primo magazzino in Sardegna. Trent’anni dopo Grendi avvia il servizio di trasporto container tra Genova e l’isola ma è nel 1967 che viene varata la prima vera nave portacontenitori operante nel Mediterraneo: è la capostipite della nuova tecnologia di tarros-class. Si trattava di una nave che poteva operare in qualsiasi porto senza bisogno di attrezzature di banchina ma con la possibilità di stivare i container su più piani. «Siamo passati da spedizionieri a trasportatori - ricorda Musso - Merito di mio padre Bruno e mio zio Giorgio, prima generazione imprenditoriale. Erano andati negli Stati Uniti e, quando hanno visto i container, ne hanno subito intuito le potenzialità». L’evoluzione è stata velocissima: la prima nave, con base a Marina di Carrara, portava 20 container, oggi si è arrivati a 20 mila. Ma la fine degli anni Sessanta a Genova è anche il momento delle rivendicazioni dei camalli, guidati dal console Paride Batini. «Alla fine nel 1972 abbiamo lasciato la città - ricorda Costanza Musso - La nave ci metteva due giorni a percorrere la rotta tra Genova e Cagliari, ma tre per essere scaricata nel capoluogo ligure. Non potevamo reggere e ce ne siamo andati alla Spezia, dove è nato il servizio di trasporto door to door in tutto il Mediterraneo: ritiriamo la merce dal magazzino del committente e la portiamo in quello dell’acquirente». La lontananza da Genova dura sino al 1992. In quell’anno i camalli per due volte respingono in banchina una nave di Grendi, arrivando allo scontro. «Poi ci fu la storica frase di Batini, dopo un incontro con mio padre, “Mea figgeu, ou l’è un pareggio” - ricorda l’attuale amministratrice delegata - e alla fine il gruppo è diventato il primo terminalista privato a operare nel porto di Genova». L’azienda si divide: Bruno Musso torna nel capoluogo ligure, il fratello resta alla Spezia. «E noi fratelli entriamo in un’azienda che era una start up di 170 anni, con tutte le difficoltà di cambiamento di un’impresa storica e gli ostacoli di una start up - sorride Costanza Musso - Dal 2000 abbiamo aperto la linea marittima a carico di terzi e continuato a investire su Cagliari, dove nel 1998 siamo diventati il primo terminalista». L’idillio con Genova finisce nel 2011: «Ricordo il trauma di un trasloco completo a Vado Ligure in un fine settimana, caricando tutto su una nave» è l’unico commento di Costanza Musso, che però assicura «qui è rimasto il cuore». Cinque anni dopo il terminal viene spostato a Marina di Carrara, dove è ancora oggi, e viene introdotta la tecnologia delle cassette, portando la tempistica di sbarco da 30 a 120 contenitori l’ora. Il resto è presente, con tre terminal e sei magazzini. «Ma anche futuro - sottolinea l’amministratrice delegata - perché un’azienda come la nostra, per rimanere sul mercato, deve continuare a precorrere i tempi. Nel 2021 siamo diventati una società benefit, nello statuto abbiamo obiettivi legati anche al benessere dei dipendenti, all’interdipendenza con i territori e all’impatto ambientale oltre a una grande attenzione alla presenza femminile. La forza di un’impresa storica è che la famiglia si impegna a reinventare l’attività per lasciarla migliore alle generazioni successive, il prossimo passo sarà lavorare a navi che non vadano più a bunker. Sperando di avere tenuto fede alle idee del nostro avo Marco Antonio Grendi, che ha dato origine a tutto questo».
Dai cappelli per Boston allo shipping moderno: “Così il Gruppo Grendi naviga verso il futuro”
Costanza Musso, sesta generazione al comando: «Nel 1996 fui la prima donna». «La forza di un’azienda è reinventarsi. Il prossimo passo? Stop a navi a bunker»







