A Venezia l’acqua non è un elemento scenografico ma un filo conduttore liquido. Tra le quasi cento partecipazioni nazionali di questa 61. Esposizione Internazionale d’Arte, i rimandi sono difficili da contare e sono molti gli artisti che la impiegano come dispositivo critico più che come tema. È un’acqua che oggi, tra passato e futuro, si fa documento, archivio, infrastruttura concettuale.
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FILIPPINE, AUSTRIA, POLONIA
Il padiglione delle Filippine, alle Artiglierie dell’Arsenale, presenta Sea of Love / Dagat ng Pag-ibig di Jon Cuyson, curato da Mara Gladstone. L’artista restituisce visibilità ai circa 400.000 marittimi filippini che in ogni momento attraversano gli oceani del mondo equipaggiando le navi del commercio globale. Per la diaspora, il mare non è un orizzonte romantico ma «passaggio segnato da assenza prolungata, rischio e resistenza»: una rotta di separazione, non di evasione. Lavora con dipinti, video e sculture di una trentennale pratica intessuta da quello che chiama “mussel thinking”, pensiero della cozza, come metafora di permeabilità e interdipendenza.
Nella mostra ritorna anche Kerel, figura ricorrente nelle sue opere dal 2013, frutto di una riscrittura decoloniale del Querelle di Genet. L’artista usa pennelli a rullo che producono movimenti orizzontali simili a sedimenti e ritmi di marea, inserendo cozze e conchiglie di resina nelle superfici pittoriche: la materia del lavoro marittimo entra letteralmente nel quadro. Come sottolinea Gladstone le mani di quei marittimi hanno trasportato fisicamente quasi ogni opera presente in Biennale: l’industria culturale poggia su un lavoro che la cornice museale tende a cancellare.






