Da tempo, leggendo sui giornali degli allarmi lanciati dai servizi di intelligence occidentali sul rischio che Vladimir Putin decidesse di «testare» l’articolo 5 della Nato con un attacco diretto a un paese europeo, mi domandavo quale sarebbe stata, in quel caso, la reazione della politica e dell’opinione pubblica nel nostro paese. Una parte di me, quella più cinica e pessimista, dava per scontato che l’esito sarebbe stato un ulteriore rafforzamento delle posizioni filoputiniane, non foss’altro che per un moto istintivo di paura. Un’altra parte di me, quella più ingenua e ottimista, confidava che alla lunga il concretizzarsi della minaccia diretta contro di noi avrebbe svegliato anche i più pigri, costringendo tutti a misurarsi con la realtà e con la necessità di fronteggiare il pericolo, e quindi a riconoscere la necessità non tanto di sostenere l’Ucraina, quanto che l’Ucraina sostenesse noi, a maggior ragione ora che Donald Trump aveva chiaramente esplicitato e persino cominciato ad attuare la sua intenzione di sganciare gli Stati Uniti da qualunque serio impegno nella difesa dell’Europa. In ogni caso, non ho dovuto aspettare molto per sapere quale sarebbe stata la reazione del nostro paese in uno scenario del genere. La risposta me l’ha fornita domenica l’intervista del ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della sera, due giorni dopo che i droni russi avevano colpito delle case in Romania, ferendo due persone. Titolo: «Kiev nell’Ue? Difficile». Il problema è che di questo passo, al prossimo giro, dall’Ue finiremo per uscire noi.
L’ora delle decisioni rinviabili | Il vannaccismo, fase suprema del bipolarismo di coalizione - Linkiesta.it
Al moltiplicarsi delle provocazioni russe, sempre più gravi, la politica italiana risponde con un’escalation di demagogia, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette








